Nel pensiero pre-parmenideo ed eracliteo

Nella teofonia orfica sembra consistente l'operazione del servirsi di una terminologia politeista (Zeus) per dare un senso al tutto (panteismo). Nell'orfismo c'è il tentativo di razionalizzare il divenire attraverso l'immutabile, cioè di rendere omogenee le differenti cose nella pluralità, e rendere le differenti cose in ununità: nulla si perde; a Zeus si attribuiscono il principio, la fine ed il senso di tutte le cose; egli è l'essenza che tutto ingloba, la radice della terra e del cielo, sostanza dell'aria e del cielo, sole e luna, uomo e donna. Zeus ha divorato il mondo per poi procreare tutte le cose da se stesse, è al di là dell'immagine, permane sullo sfondo di tutte le cose divengono; Zeus è l'identità del diverso, è il permanente, è l'arch, il principio da cui tutto si compone vivendo, ed è anche lo stoikeion, cioè l'elemento di cui tutte le cose sono costituite, l'identità del molteplice la materia che costituisce ogni cosa.

Eraclito, filosofo del divenire, chiama polemoV l'identità del diverso, in altre parole ciò che in tutte le molteplici cose è costante è proprio il divenire che quindi è permanente. Anche il caos non si sottrae alla legge della permanenza, quindi anche del caos si predica il divenire: il caos è divino.

Il problema che si puntualizza con quest ANTITESI RAGIONE-ESPERIENZA pone il tema del divenire come immutabilità, ma testimonia anche la dimensione della tragedia greca che nasce dal piacere dell'eterno (e per questo eternamente inappagato). In tutto il mondo greco si ritrova una forte problematica esistenziale sul perché l'uomo è stato generato sulla terra per poi giungere alla morte. Eschilo si rivolge allo stesso Zeus: "Zeus, chiunque egli sia, a lui mi rivolgo con questo nome, se gli è caro essere chiamato così. Se il dolore, che getta nella follia, devessere cacciato dall'animo con verità allora, soppesando tutte le cose con un sapere che sta e non si lascia smentire, non posso pensare che a Zeus [...] Zeus ha stabilito che attraverso il dolore il sapere acquisti potenza. Quando nel sonno, goccia davanti al cuore, l'affanna che ricorda il dolore, allora, anche senza la volontà dei mortali, sopraggiunge in essi un piacere che salva" (2). Di conseguenza per Eschilo il divino è la speranza di salvarsi dal dolore del divenire, giacchè l'uomo, perdendo, muore un poco, perché la morte non è solo fisica ma è una perdita costante di ciò che si aveva prima. La vita è dolore che getta nella follia perché ha a che fare con il nulla, è una minaccia costante quella della dissoluzione delle cose e dell'uomo. Non tutto ciò che vediamo è reale, non riusciamo ad afferrare tutto. Il fuoco è senso di vita ma anche di morte, concetto di Presenza e di Assenza. Si cerca riparo dall'ambiguità della vita, dal niente attraverso il piacere che salva; si cerca un rimedio, un qualcosa che permanga: l'episteme. Ciò implica il passare da un mito formalmente ambiguo, perché le parole e le cose nel mito sono indifferenziate, al logoV come emersione dall'ambiguità perché il pensiero diviene argomento. Il logoV prende coscienza di sé. Il divenire il mutare delle cose stesse avviene all'interno del permanente. L'apeiron di Anassimandro, l'aria di Anassimene, il fuoco di Eraclito e Parmenide, fanno tutti parte di tentativi di razionalizzare il divenire, tentativi che esprimono il piacere dell'eterno; essi a livello semantico sono molto differenti, ma il senso ultimo è identico. L'orfismo sostiene la rigenerazione periodica nel tempo, il ritorno dell'eterno, la totalità e il permanente di cui il molteplice è la pluralità, la molteplicità di momenti.

ERACLITO

La realtà, secondo Eraclito, è un incessante fluire e trasformarsi delle cose. Non esiste un oggetto sia esso animato o inanimato, che non sia continuamente sottoposto a delle modifiche. Questo scorrere eterno, questo fluire inarrestabile è il divenire: il principio che regola tutti gli eventi.

Gli elementi della realtà vivono grazie al movimento che li pone esistenti nella tensione degli opposti, quindi "si tratta di uno scambio dei contrari secondo equità e giustizia. Ne deriva che, pur incessantemente trasformandosi, tutto è uno e la giustizia degli eventi si palesa coma contrasto e necessità, come conflitto (polemoV) universale" (3). Eraclito riconosce alla guerra un valore cosmico, una funzione dominante nell'economia dell'universo tanto da definirla "madre e regno di tutte le cose" (4). La guerra è il principio che regola l'alternanza tra nascita e morte, tra l'uscita e il ritorno dal grembo della totalità, sono il conflitto e la dinamicità a dominare il tutto.

PolemoV diventa, quindi, conciliazione dei contrari, che finiscono con il ricongiungersi in una segreta unità: "Sono tra di loro connessi l'intero e il non intero, il convergente e il divergente, il consonante e il dissonante: e da tutte le cose [ne sorge] una sola, e da una sola tutte" (5). La vita viene così ad essere immagine capovolta, e al tempo stesso speculare, della morte, il sogno della realtà. Anche per Eraclito l'esperienza attesta il divenire, infatti proprio essa ci dice che le cose cambiano, che nulla è mai uguale che non cè permanenza. "La stessa cosa è il vivente e il morto, il desto e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti trasformandosi son quelli, e quelli, a loro volta, trasformandosi son questi." (6). Da ciò deriva che l'esperienza non può essere assolutamente annullamento; per cui essa non attesta il nulla, semmai attesta la trasformazione. Quindi non ha a che fare con il diventare niente.

Per capire l'autentico senso del divenire, per capire che tutto è "bellissima armonia" occorre praticare la via del logoV, non dove, cioè, ascolto alle sensazioni, poiché non sono degne di fede. La sensazione vede le cose separate fra loro vede nel divenire il negarsi delle determinazioni dell'essere.

"La compenetrazione dei contrari, l'armonia del contrasto, ci si fa percepibile particolarmente nel divenire, che è sempre un passaggio da uno stato nello stato opposto che li riunisce entrambi in sé. Perciò, come simbolo dei fenomeni, Eraclito assunse il fiume: il logoV, dotato di facoltà associativa, lo concepisce come ununità, sebbene l'acqua ininterrottamente vi affluisca e ne defluisca; esso ci appare sempre lo stesso, sebbene la sua acqua non sia mai la stessa. L'eterno, cangiante divenire, la compenetrazione dei contrari, "l'armonia di ciò che tende a separarsi costituiscono dunque la legge che, opera del logoV , domina tanto nel cosmo quanto dentro di noi. [...] Anche Eraclito doveva presupporre una materia primordiale, e la trovò nell'elemento più mobile mai statico, colto solo in perenne divenire, il fuoco, che si muta in tutta e tutto di nuovo riassume in sé."(7).

"La filosofia di Eraclito non è altro se non la conoscenza che acquisisce di sé il logoV umano, che combina insieme la folla dei fenomeni sensibili per comprendere l'essenza del mondo da un punto di vista unitario, e che questa essenza può trovare solo nella normatività che esso sente dentro di sé." (8).