LA CHIESA METODISTA


Abbiamo assistito alla conferenza di un rappresentante della Chiesa Metodista di Savona, il prof. Becchino, che ha analizzato, attraverso alcuni articoli di un giornale evangelico, l'atteggiamento, il clima e la posizione assunta dalla Chiesa Metodista durante gli anni dell'emanazione della legislazione antiebraica.
Nel 1938, egli era ancora bambino e la sua testimonianza, a suo dire, si basa su pochi e vaghi ricordi che non potrebbero essere sufficientemente probanti al fine di dare una rappresentazione precisa dei fatti; all'epoca frequentava già la comunità evangelica con la sua famiglia e i suoi ricordi si concentrano soprattutto negli anni successivi, quando la persecuzione diventò eclatante. Gli articoli del settimanale della Chiesa Evangelica, che sono stati pubblicati tra il 1938 e il 1939, trattano ampiamente della questione antiebraica e della discriminazione che gli ebrei subirono in seguito alla promulgazione della legislazione antiebraica.
Quando gli è stato chiesto il suo intervento, il relatore avrebbe voluto portare con sé una persona che avesse vissuto da adulta quegli anni ma, sui documenti e sui verbali delle assemblee della Chiesa non è stato trovato nulla di utile per la nostra ricerca.
La sensazione condivisa da tutta la popolazione, era di incomprensione per l'insensatezza di queste norme: la famiglia del relatore, come la gran parte della popolazione, non comprendeva perché si dovessero discriminare gli ebrei, benché a Savona fossero pochi e ben integrati nel tessuto sociale, in quanto il regime fascista non usava il termine "perseguitare", ma "discriminare".
In appoggio alla sua testimonianza, il relatore ha portato alcuni articoli di un settimanale che veniva pubblicato all'epoca con il titolo "L'Evangelista", il cui sottotitolo era "Il settimanale metodista": su questo giornale, letto da tutti gli appartenenti alle Comunità Evangeliche, e su altri testi in circolazione a quell'epoca, si fondava pensiero generale metodista e da qui si diffondevano idee su tutto il territorio nazionale.
La posizione di questi articoli risultava comunque discutibile poiché i protestanti, a differenza degli ebrei perseguitati, venivano semplicemente ignorati, riuscendo comunque ad esprimere attraverso gli spazi di un giornale il loro dissenso.
Il relatore, prima di analizzare e criticare insieme a noi i contenuti degli articoli, ha voluto fare alcune considerazioni introduttive circa il clima che il regime fascista aveva instaurato nel 1938 in tutta Italia e, in particolare, il clima vissuto dalla gente comune e dagli appartenenti di una piccola Comunità Evangelica come quella di Savona.
La città all'epoca aveva profili molto diversi da quelli odierni in quanto era una città prevalentemente industriale, operaia, "contro" il regime fascista e di antica tradizione socialista. Non è facile capire questo clima di regime per chi vive in condizioni di libertà e democrazia dove ognuno è libero di esprimere la propria opinione, perché nel fascismo questo modo di ragionare non esisteva: l'abilità dei regimi totalitari di massa è sempre stata quella di ottenere un'ampia adesione che rendesse nulla l'opposizione.
La libertà di pensiero era circoscritta ad ambiti molto limitati, non essendoci più un'adeguata circolazione di idee, e con l'informazione interamente nelle mani del regime, l'indottrinamento era assoluto, soprattutto fra i giovani che non credevano possibili altre forme di governo.
L'impresa africana e la conquista dell' "Impero" fra il 1935 e il 1937, avevano creato un clima di adesione generale, tanto che le sanzioni economiche , sia pur blande, imposte dalla Società delle Nazioni, sotto la spinta dell'Inghilterra, furono in generale considerate "un atto ingiusto".
Si era creata una situazione di compattezza ancora maggiore intorno al regime per cui il dissenso era sostanzialmente impensabile e si diffusero largamente espressioni quali "Il Duce ha sempre ragione" o "Credere, obbedire, combattere": in questi tre verbi è rinchiuso un mondo di rapporti fideisti con lo Stato, oggi impensabile, dove l'obbedienza era una virtù.
Oggi l'obbedienza diviene virtù solo se accompagnata da un senso critico, così si può avere democrazia, con il dialogo, il confronto e il pluralismo si ha possibilità di scelta, di dissentire e quindi di "disobbedire".
Il verbo combattere implicava un impegno perché tutto era una battaglia, e schierarsi contro il regime significava abbandonare la battaglia , tradire.
Leggendo questi articoli con la prospettiva di adesso, rimarremmo delusi se ci aspettassimo un atto di coraggio o una aperta e chiara opposizione alle leggi da parte del giornale metodista e ciò sarebbe stato insensato vista, l'immediata sanzione e repressione che su di essa si sarebbe attuata; inoltre l'unico canale percorribile per il dissenso era la clandestinità, con una portata di influenza minima sull'opinione pubblica.
In questo quadro, per fare una "battaglia" contro le istituzioni, era necessario, rimanendo nella legalità formale, sfruttare i minimi spazi di libertà che rimanevano per far passare idee non conformi alle parole d'ordine del regime fascista; oggi, nel rapporto col mondo pubblico, distinguiamo sempre le forze politiche, le loro ideologie e i loro programmi dalle istituzioni e dallo Stato che ha una posizione di imparzialità.
Nel 1938, invece, lo Stato si identificava completamente nell'ideologia del partito fascista, diventato un organo dello Stato: il segretario nazionale del Partito aveva il rango di ministro, cioè partecipava al Consiglio dei Ministri, e l'organo di massimo governo dal partito fascista, il Gran Consiglio del Fascismo, era anche un organo dello Stato.
Stato e partito erano una cosa sola.
Bisogna ricordare, però, che la simpatia generale per il fascismo diminuì notevolmente dopo l'emanazione delle leggi razziali, in quanto la parte più avvertita e sensibile della popolazione non accettò una legislazione che seguiva palesemente quella nazista; il fascismo, all'inizio, era antitedesco e ancora negli anni 1936, 37, 38 vi erano state tensioni fra il Reich nazista e il regime fascista per la questione austriaca: Hitler voleva annettere l'Austria alla Germania e Mussolini si opponeva, volendo che questa, conservatrice e filofascista, divenisse sua alleata.
La tradizione risorgimentale secondo cui il tedesco era un nemico fu sfruttata ampiamente dal fascismo ancora fino al 1936: già nel 1935, comunque, solo il Reich in Europa fu solidale con il Regno d'Italia per la questione delle sanzioni e della campagna d'Etiopia, ma questo scontro per l'Austria rimase aperto fino al 1937.
Nel 1939 inizia, invece, la grande alleanza fra i due regimi totalitari e si crea l'asse Roma - Berlino : il patto d'acciaio fu un elemento che "disamorò" gli italiani in virtù del sentimento antitedesco, derivante dalla tradizione risorgimentale.