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§ 3. Stralci dalla X legislatura

 

ATTI PARLAMENTARI

 

SENATO DELLA REPUBBLICA

 

RESOCONTI DELLE DISCUSSIONI

 

1990

 

COMUNICAZIONI – 430a seduta del 22 agosto 1990.

 

Intervento dell’On. De Michelis, Ministro degli affari esteri.

 

(…) quella che ci preoccupa di più e che ci dovrà preoccupare di più, anche per quello che riguarda la soluzione che tutti auspichiamo politica e negoziale di questa crisi, non riguarda solo e tanto l’azione aggressiva in sé, cioè il fatto che si sia voluto regolare un preteso contenzioso tra la Repubblica irachena e l’Emirato del Kuwait attraverso la forza e l’invasione militare di quel paese, avvenuta nella notte tra l’1 e il 2 agosto scorso, ma soprattutto la filosofia che ha ispirato questo intervento e che ha ispirato e continua ad ispirare i comportamenti del regime iracheno: la filosofia generale e, direi, anche alcune precise mosse che testimoniano una impostazione riguardante le relazioni internazionali, risulta assolutamente inaccettabile e, ove in qualche modo venisse non dico accettata, ma semplicemente tollerata e subita, potrebbe creare dei problemi gravissimi molto al di là della questione in sé per equilibri politici, economici ed istituzionali nell’area del Medio Oriente e del Golfo Persico. (…) Il rischio, quindi, è che, attorno a questa vicenda, si giochi una sorta di paradosso del destino (che però ha una sua logica). Mi riferisco al fatto che la maggior sicurezza che stiamo pensando o pensiamo di acquisire qui da noi in Europa, grazie alle nuove relazioni Est-Ovest, venga in qualche modo controbilanciata in senso negativo o addirittura sorpassata in tal senso da un aumento enorme e potenzialmente progressivo dell’instabilità attorno ai focolai in alcuni paesi del Medio Oriente, non solamente attorno ai focolai appunto di instabilità che già conosciamo da tempo in quell’area, bensì in una zona più vasta. (…) Le stesse prime tre importanti deliberazioni che il Consiglio di Sicurezza ha assunto, la 660, la 661 e la 662, cioè quelle che riguardano la condanna dell’invasione, l’adozione di misure molto forti, le più severe mai adottate concernenti sanzioni economiche ed embargo commerciale nei confronti dell’Iraq e del Kuwait occupato e quella che dichiara nulla e priva di significato l’annessione del Kuwait – cioè la deliberazione più solenne e più incisiva dal punto di vista del diritto internazionale – sono state adottate con larghissima convergenza. Addirittura l’ultima risoluzione, che condanna l’annessione del Kuwait dichiarandola nulla, è stata adottata all’unanimità da parte del Consiglio di sicurezza, cioè anche con il voto di quei paesi, Cuba e Yemen, che nella deliberazione sulle sanzioni si erano astenuti. Lo stesso Yemen è un paese arabo, e tra l’altro uno di quei paesi arabi che, come dirò, hanno assunto un atteggiamento più incerto rispetto alla vicenda: ciò nonostante ha espresso un voto favorevole su questa dichiarazione molto solenne, che toglie veramente ogni possibilità all’Iraq di annettere alle azioni che ha intrapreso una credibilità sul piano internazionale.

(…) vi è stata anche l’assunzione di responsabilità rispetto alle più importanti decisioni prese unilateralmente dagli Stati Uniti. Dobbiamo dire con chiarezza che in sede NATO e in sede comunitaria i paesi membri dell’Alleanza e i paesi membri della Comunità hanno dato la loro piena copertura politica alle decisioni prese dal governo degli Stati Uniti e, per quello che riguarda il Governo della Repubblica italiana, la riunione del Consiglio dei ministri della settimana scorsa nella dichiarazione finale si fa chiaramente carico di questa adesione politica che è stata data all’azione degli Stati Uniti. Ma, ripeto, l’azione principale è stata svolta nel tentativo di non perdere lo slancio che l’azione delle Nazioni Unite era andata sviluppando in questi giorni. Questo è tanto vero che – come dirò alla fine parlando degli ultimissimi avvenimenti – è quello che sta esattamente succedendo in queste ore a New York con riguardo alla discussione su una ulteriore deliberazione delle Nazioni Unite che renda ancora più chiaro e trasparente il modo di agire della comunità internazionale e per individuare una soluzione non militare, non di conflitto alla crisi. 

(…) Il nostro è un paese in prima fila e abbiamo il diritto-dovere di essere più attenti, più sensibili, più reattivi rispetto alla situazione in quanto ci tocca più direttamente. (…) nell’immediato, secondo la linea subito presa dalle Nazioni Unite, quella della reazione pacifica, con il blocco economico in base all’articolo 41 della Carta delle Nazioni Unite che prevede, in caso di aggressione, reazioni con mezzi non militari (…).

 

 

 

COMUNICAZIONI – 430a seduta del 22 agosto 1990.

 

Intervento dell’On. Rognoni, Ministro della difesa.

 

(..) Onorevole Presidente, onorevoli senatori, mi sembra opportuno fornire un quadro aggiornato delle azioni decise dai diversi paesi a sostegno delle risoluzioni adottate ai vari livelli delle istituzioni internazionali per il ripristino della legalità internazionale gravemente colpita dall’aggressione irachena.

(…)   E’ noto a tutti che, in attuazione della decisione governativa del 14 agosto, il Governo ha disposto una dislocazione navale nel Mediterraneo orientale intesa a compensare l’allontanamento di forze NATO di nazionalità statunitense inviando dapprima due corvette, che sono partite da Augusta il giorno 16, e facendo successivamente partire il ventesimo gruppo navale costituito dalla Libeccio, dall’Orsa e dalla nave d’appoggio Stromboli.

            Le fregate Libeccio e Orsa sono due moderne unità di costruzione italiana dotate di capacità polivalenti nelle diverse forme di lotta sul mare ed appartengono alle medesime classi delle navi che hanno già operato nel Golfo nel periodo 1987-1988.

            Sulle unità sono imbarcati 70 ufficiali, 236 sottufficiali, 109 sergenti, 192 marinai, di cui 91 a ferma prolungata, e 5 operai civili. Comandante del gruppo è Mario Buracchia, che già nella precedente operazione del Golfo comandò per 5 mesi il diciottesimo gruppo navale. Numerosi altri ufficiali e sottufficiali hanno anch’essi partecipato alla predetta precedente missione.

            L’onere finanziario dell’operazione viene stimato in circa 12 miliardi al mese, compresi gli oneri differiti connessi all’usura delle navi. È in preparazione un apposito provvedimento governativo per il relativo finanziamento.

 

È noto che successivamente l’Italia partecipò alle operazioni con mezzi navali ed aerei da caccia in modo più consistente. In particolare dalle basi aeree degli Stati Uniti d'America in Turchia partirono in volo di ricognizione e/o di attacco aerei Tornado con qualche ripercussione a seguito degli esiti delle varie missioni.

Dai resoconti parlamentari emergono poi interventi di vari oratori del cosiddetto arco costituzionale che, contribuendo alla discussione, si fecero portatori delle differenti impostazioni politiche proprie dei rispettivi ordinamenti.

 

    

 

ATTI PARLAMENTARI

 

SENATO DELLA REPUBBLICA

 

RESOCONTI DELLE DISCUSSIONI

 

1990

 

430a seduta del 22 agosto 1990

 

Discussione sulle comunicazioni del Governo sulla crisi nel Golfo Persico e sulle conseguenti decisioni adottate dal Consiglio dei ministri.

 

Approvazione di risoluzione

 

Dall’intervento del Senatore Orlando

 

(…) Il Senato,

   considerate le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che condannano l’aggressione e la pretesa annessione del Kuwait da parte dell’Iraq, introducono misure sanzionatorie ai sensi del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite e chiedono l’immediato ripristino della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale del Kuwait e della libertà di movimento dei cittadini stranieri illegalmente trattenuti in tali due paesi.

Orlando nel suo intervento nota come (…) la crisi attuale può offrire, dunque, alle Nazioni Unite l’occasione di un intervento risolutivo che costringa l’invasore iracheno a ritirarsi entro i propri confini, condizione questa preliminare e necessaria perché l’intera situazione nell’area più esplosiva del mondo possa 3essere esaminata nelle sue componenti più drammaticamente esposte, dalla Palestina al Libano al dimenticato Afghanistan (…) evidenziando l’effettiva complessità della situazione, una lettura totalmente legittimatrice delle risoluzioni O.N.U. e U.E., baipassando le possibili eccezioni secondo le quali, proprio in nome della Carta dell’O.N.U. e dei provvedimenti attuativi gli Stati avrebbero dovuto risolvere pacificamente e comunque tramite strumenti evidenziati in quei documenti le loro divergenze.

 

Dall’intervento del Senatore Strik Lievers

 

(…) Il Senato,

     considerando che:

    l’invasione e la conseguente annessione del Kuwait da parte dell’Iraq costituisce una violazione gravissima del diritto internazionale, (…) pesantissime sono le responsabilità assunte fino a ieri dai paesi sia dell’Est che dell’Ovest, (…) la pericolosità della situazione ha finalmente reso consapevole la comunità internazionale che occorre mettere un fermo al prevalere dell’arbitrio e della violenza nel Medio Oriente;

    è indispensabile che ciò avvenga non in nome e mirando all’esclusiva tutela di interessi economici, ma affermando e facendo trionfare in quelle regioni le ragioni e il primato del diritto(…).

(…) Impegna il Governo:

    ad assumere nell’ambito della sua presidenza della Comunità europea, tutte le iniziative necessarie.

 

L’oratore evidenzia la marginalità dell’Europa in questa sede, quasi che dopo un anno dalla caduta del muro di Berlino, fosse ormai non solo chiaro, ma accettato globalmente che i guardiani del mondo e degli equilibri mondiali fossero gli Stati Uniti d’America dietro ai quali con più o meno ampio seguito muovevano gli Stati dell’Unione europea e ciò che rimaneva dell’ex-impero sovietico. I rilievi di Strik Lievers, fra i quali emerge quello di seguito riportato, paiono inquietanti: si evidenzia un senso di impotenza quasi che non ci fosse per i vari stati della comunità internazionale altra condotta possibile se non l’acquiescenza pura e semplice alla volontà americana. Così emerge la domanda dell’oratore:

   (…) Signor ministro De Michelis, credo che sia illudersi e illudere pericolosamente il descrivere come un grande passo in avanti rispetto all’esistenza di un’Europa politica quel poco che si è realizzato in questi giorni. Qualcosa è successo, è vero, ma Signor Ministro, rispetto a una crisi di queste dimensioni, a responsabilità di questo genere, quale ruolo ha conquistato per sé l’Europa?

 

 

 

Dall’intervento del Senatore Pollice

 

(…)Il Senato,

   sentite le dichiarazioni del Governo rese dai Ministri degli affari esteri e della difesa;

   giudica l’apertura del di un fronte di guerra in Kuwait da parte di Saddam Hussein un grave attacco ai diritti dei popoli e al diritto internazionale.

(…)Giudica inaccettabile il tentativo di scatenare un conflitto locale che non si arresterebbe certo alla scomparsa dell’Iraq di Saddam, ma avrebbe conseguenze tragiche per il popolo palestinese, tutto il Medio Oriente fin dentro il bacino mediterraneo,

   condanna il sostegno che il nostro Governo, dopo aver ampiamente favorito lo sviluppo del potenziale militare dell’Iraq, sta dando alle iniziative di guerra, rinunciando a svolgere un attivo ruolo per una soluzione diplomatica;

   chiede:

1.   lo stretto confinamento delle attività della flotta italiana al bacino del Mediterraneo;

2.   l’inagibilità della base di Taranto per mezzi nucleari;

3.   il sostegno ampio alle iniziative di pacificazione che i paesi arabi stanno prendendo;

4.   l’impegno fermo del Governo italiano e della C.E.E. per l’avvio immediato di negoziati internazionali. 

 

È certamente fuori da ogni precedente valutazione la proposta di questo senatore dell’estrema sinistra che, al di là del farsi portavoce delle istanze del gruppo parlamentare rappresentato, è l’unico dei vari iscritti a parlare a sollevare qualche perplessità non sulla legittimità dell’intervento in sé, non sulla gravità della violazione del diritto internazionale da parte di Saddam Hussein, quanto sulla condotta politica tenuta dai paesi occidentali prima dell’invasione del Kuwait. Appare l’unico a ricordare (dicendolo espressamente) che il dittatore di Baghdad è stato dapprima armato dall’Occidente in funzione antikomeinista, è l’unico a rilevare (pur non usando in modo palese queste parole) che la politica dei paesi occidentali è sempre meno di prospettiva, ma appare di corto raggio. Amici e nemici si diventa non per condivisione di un progetto politico durevole, non per convinzioni ideologiche radicate (anche se è pur vero che le ideologie, a partire dagli anni ’90, sono spesso risultate perdenti!) ma per convenienze, opportunismi del momento, salvo il mutare rotta non appena quei fragili equilibri, quei modesti progetti, non soddisfano più le lobbies vincenti in quel momento.

 

 Così si esprime il Senatore Pollice:

la conseguente annessione del Kuwait da parte dell’Iraq certamente è un atto di guerra che deve essere condannato. Però non ce la possiamo cavare dicendo che persino gli altri Stati arabi si sono dissociati e hanno dovuto prendere le distanze da Saddam Hussein e poi dicendo che quelli che non hanno assunto queste posizioni dure e decise (De Michelis si riferisce alla Tunisia e all’Algeria) non hanno potuto assumerle perché ci sono problemi interni, come se il problema del collante religioso, della religione musulmana, il problema dell’islamismo fossero questiono staccate, che non esistono nel contesto di questi popoli e di queste nazioni. Allora i governi dell’Algeria e della Tunisia hanno dovuto assumere un atteggiamento differenziato perché hanno questi problemi. Ma sono problemi pesantemente connaturati con questi popoli e un Governo deve tener conto del proprio popolo, della propria storia, della propria religione, delle proprie condizioni e quindi deve anche muoversi alla luce di queste contraddizioni, così come si sono comportati sempre nella logica in base alla quale le cose devono muoversi secondo i canoni che gli occidentali si sono dati. Questo è l’imperativo che si pongono coloro i quali cercano di difendere le proprie posizioni. Siccome sono questi i canoni con i quali e sui quali bisogna muoversi, chi fuoriesce da questi canoni è fuori dal consorzio e dal contesto civile. Mi sembra un po’ troppo facile questo tipo di considerazione.

    La reazione dei paesi arabi avrebbe  ed ha – nonostante la divisione del mondo arabo – la possibilità di interagire, di riaprire i negoziati, anche perché io noto una profonda contraddizione nelle cose che ha detto questa mattina il ministro De Michelis; se la realtà è quella che il ministro De Michelis ha descritto, soprattutto nella prima parte del suo intervento, pure in mezzo a mille contraddizioni, io dico che non si giustifica alcun intervento militare in qualsiasi modo camuffato.

    Vedete, io penso – e insieme a me molti altri commentatori politici e alcuni giornalisti, pochissimi in verità – che alcuni spazi siano ancora aperti. Sul piano politico è innanzitutto indispensabile distinguere – bisogna farlo – tra embargo economico e blocco militare. L’embargo è una misura ragionevole assunta a livello di Nazioni Unite e tocca all’ONU, non agli USA, non all’UEO, non alla NATO, garantirlo; blocco militare di fatto significa guerra e provocazione alla guerra. Non a caso, come dicevo prima, una nota dell’«Osservatore Romano», in cui si esorcizzano le armi per garantire il rispetto del diritto internazionale, riporta proprio un brano dell’intervento di Giovanni Paolo II alle Nazioni Unite in cui il Papa ribadisce la necessità di «un continuo sforzo che tenda a liquidare le stesse possibilità di provocazione alla guerra». Queste cose, evidentemente, vanno controcorrente, non bisogna dirle, bisogna tacerle, a meno che qualcuno non le tiri fuori.

    Inoltre, quando si portano queste argomentazioni, nessuno le vuole sentire e lo abbiamo visto in questi giorni fuori legge: Saddam Hussein è una nazista; Saddam Hussein è un satrapo, Sadam Hussein è come Hitler e via discorrendo. La demonizzazione è totale, costante, continua, giorno dopo giorno. Certo, bisogna demonizzare un personaggio per poi giustificare l’intervento. Però nessuno dice, nessuno ha detto – tanto meno i Ministri De Michelis e Rognoni, se ne sono guardati bene nei giorni scorsi – che Saddam Hussein era amico dell’Occidente. State facendo lo stesso gioco che avete fatto con Ceausescu. Improvvisamente, quando Ceausescu è stato ammazzato, è stato liquidato, quest’anno era l’ira di Dio (quello che ha fatto, poi, lo abbiamo visto), però nessuno ha detto chi era Ceausescu e che tipo di rapporti aveva con il mondo occidentale, con i partiti politici, e con alcuni ambienti politici del mondo occidentale.

    Così né oggi, né gli altri giorni ho sentito dire che Saddam Hussein era amico dell’Occidente, che teneva a bada gli integralisti iraniani e allora bisognava dargli le armi, bisognava fornirgli i soldi e i mezzi, bisognava coccolarlo, amarlo, tenerlo buono. Nessuno però ha detto che continuava ad ammazzare i curdi, e li ammazzava uno per uno, un intero popolo sterminato ( e non soltanto lui, insieme con lui altre nazioni civili che evidentemente a queste cose sono allenate).

    Come dicevo prima, il dittatore di Bagdad viene chiamato con i nomi più incredibili, più strani, che cercano di giustificare, di significare anche l’intervento: bisogna mostrare i muscoli e questi muscoli devono essere ben messi in vista.

    Personaggi che hanno violato ogni embargo si sono improvvisamente convertiti in paladini del diritto internazionale. Politici sempre disposti a lunghe, interminabili e infruttuose discussioni sui territori arabi occupati da Israele ora si stracciano le vesti per la ignobile (dico e ripeto anch’io, insieme a padre Tosolini e a padre Caligaris, la parola «ignobile») occupazione del Kuwait da parte dell’Iraq.

    Fini commentatori, che nulla avevano da eccepire sull’ingerenza armata delle grandi potenze negli affari di altri Stati, ora sono i giudici inflessibili dell’equilibrio mondiale. Ma poi vedremo qual è l’equilibrio mondiale alla luce di alcuni dati che molto probabilmente sono sfuggiti ai collaboratori del ministro De Michelis e che prima ho citato.

    Ecco qual è la situazione. Io penso che l’eventuale intervento armato significherebbe tante cose e drammaticamente tutte pericolose. Certo, un intervento armato provocherebbe la cacciata dell’Iraq dal Kuwait e ristabilirebbe i confini violati dall’invasione di Saddam Hussein. A quel punto bisognerebbe punire e quindi invadere anche l’Iraq; bisognerebbe colpire l’Iraq. Poi bisognerebbe punire anche la Giordania, che non ha avuto un atteggiamento lineare. Inoltre bisognerebbe chiudere la questione palestinese, perché se non si chiude la questione palestinese quella parte del mondo resta sempre un focolaio di tensioni. Bisognerebbe spartirsi definitivamente il Libano, perché questa è la realtà così come si è andata configurando; nessuno di voi l’ha detto e voglio vedere se dopo il Presidente del Consiglio ricorderà questa triste e  amara vicenda.

    Anch’io ho detto delle notizie, evidentemente non così di prima mano come gli onorevoli Andreotti e De Michelis; so che in questo momento il popolo palestinese ha paura di una nuova Sabra e Chatila, ha paura perché in questa situazione, così come si sta definendo, i primi a pagare saranno loro. E Israele, in questo contesto così normalizzato, diventerà padrone incontrastato dell’area, con l’assunzione del ruolo di gendarme a difesa del cosiddetto mondo civile.

    Infine, la Siria farà da contraltare a tale situazione perché si è comportata bene e quindi avrà dei premi.

    Coloro che parlano di collocare la nostra posizione «con grande chiarezza» nel contesto europeo, o meglio americano, evidentemente non pensano a tutte queste conseguenze. Il problema è imperativo: fare in fretta. Grandi conoscitori del mondo internazionale e politico, come siete voi, onorevole Presidente del consiglio e onorevoli Ministri, in questo momento si stanno dividendo sulla decisione se gli americani fanno bene a intervenire subito oppure se hanno sbagliato a non essere già intervenuti perché ogni giorno che stanno lì fermi danno potere a Saddam Hussein; tale questione in questo momento attanaglia e angoscia i commentatori politici e i politici sopraffini di tutto il mondo.

 

Da  ultimo sembra significativo ed egualmente isolato, per la proposta presentata, l’intervento del Senatore Giolitti. L’oratore cerca spiegazioni politiche a giustificazione dell’intervento, evidenzia come il bipolarismo sia ormai un ricordo del passato (ancorché di un passato recente), riflette su  ragioni etiche che possono giustificare l’intervento e, soprattutto, parla espressamente di adeguata sorveglianza come strumento per dare forza alle risoluzioni dell’O.N.U., legittima, in qualche modo, l’azione di forze internazionali per risolvere guerre regionali, non esita ad affermare che la ridefinizione (o definizione ultimativa?) degli equilibri in Medio Oriente sia l’unica via per definire il nuovo ordine internazionale. Tutto l’argomentare pare fortemente significativo e conduce a molteplici riflessioni quali:

a)   la cooperazione politica non è mai condotta su piani paritetici;

b)   le forze militari possono intervenire, anzi debbono agire per dare efficacia alle decisioni degli organi internazionali;

c)   l’O.N.U. così come è strutturato non è in grado di dare valenza applicativa alle sue delibere che, in effetti, sono un vuoto esercizio di retorica giuridica;

d)   l’Europa non ha una politica comune e quindi non ha un consistente peso nella politica internazionale;

e)   proprio perché costantemente negato è, con buona approssimazione, la matrice economica quella che conduce a decisioni che troppe volte, in passato, sono state definite irrevocabili e tali sono state sicuramente per coloro che le hanno subite.

 

(…) Non è vero quello che un cittadino degli Stati Uniti ha scritto in una lettera pubblicata il 12 agosto sulla prima pagina del giornale «Los Angeles Times», come ci ha raccontato Furio Colombo, cioè che «i nostri soldati sono andati nel deserto saudita per due ragioni: difendere una dittatura da un’altra dittatura e mantenere stabile il prezzo del petrolio». No, non è una guerra del petrolio; non è, quello americano, un intervento imperialistico. Certo, molti di noi, quasi tutti istintivamente e per profonde ragioni etiche, culturali e politiche, abbiamo ripugnanza per le operazioni militari quali che siano, ma quelle decise dal presidente Bush sono imposte da uno stato di necessità che anche noi europei tutti, perfino quelli dell’Est ed anche l’Unione Sovietica, abbiamo contribuito a creare. Attenti a non trovarci schierati con quegli americani che propugnano il non intervento e il disimpegno dal momento che è scomparsa la minaccia del grande e tradizionale nemico ad Est. Si dovevano forse lasciare gli arabi a sbrigarsela fra di loro? Si sarebbe creato un precedente pericolosissimo ammettendo una sorta di autogestione dei conflitti cosiddetti regionali. D’altra parte è evidente che le misure di embargo decise dall’ONU valgono se sostenute da un’adeguata sorveglianza.

    Il vero pericolo non mi sembra tanto quello di un mondo dominato da un blocco solo dopo il crollo del muro eretto a Yalta; il pericolo incombente, anzi già in atto, è quello dell’anarchia, della proliferazione di crisi regionali e della esasperazione di quelle già in atto. A questo proposito occorre fare molta attenzione a non fornire stimoli al fondamentalismo islamico. Sempre più il Medio Oriente è il banco di prova per l’instaurazione, o almeno l’avvio, di un nuovo ordine internazionale. Quel vincolo di solidarietà di cui parlavo dovrà tradursi in un nuovo impegno degli Stati Uniti solidale con quello europeo per il Medio Oriente, per il problema della cittadinanza e della sovranità palestinese. Certo, un rischio di egemonia esercitata da un blocco solo o addirittura da una sola superpotenza diventa tanto più probabile quanto più evanescente è l’unità politica dell’Europa, non solo nell’ambito comunitario, della Comunità dei Dodici, ma l’unità politica cui dobbiamo mirare in prospettiva nelle nuova Europa dopo Yalta. Non metto il carro avanti ai buoi; l’unità politica dei Dodici, l’unità politica della Comunità europea è pregiudiziale e noi, in una mozione recentemente discussa in quest’Aula, abbiamo invitato il Governo italiano, nell’esercizio della sua funzione di Presidenza, a promuovere trasferimenti consistenti di sovranità dal livello nazionale al livello comunitario in materia di politica estera, di politica di difesa, di cooperazione con i paesi in via di sviluppo e sottolineiamo questo invito proprio in seguito all’allarme che ci viene dall’aggressione irachena. Ma bisogna, certo, mirare all’unità e al ruolo di un’Europa non più divisa.

    Il Ministro degli esteri ci ha parlato degli sforzi fatti per rendere più efficiente quella che viene chiamata, nel linguaggio comunitario, «cooperazione politica», però sappiamo anche quali sono i limiti istituzionali di questo tipo di concerto, di coordinamento che prende il nome fin troppo ambizioso di «cooperazione politica». Bisogna arrivare, ripeto, a trasferimenti di sovranità e la Presidenza italiana, forte anche della situazione che si è determinata in questi frangenti, può e deve dare un impulso decisivo in questa direzione. Però, dicevo, l’unione politica nel quadro comunitario è necessaria, ma non sufficiente; occorre mirare a un’intesa di pace più ampia e quindi procedere decisamente verso la istituzionalizzazione della Conferenza per lo sviluppo della sicurezza e della cooperazione in Europa.

    Signor Presidente, onorevoli Ministri, onorevoli colleghi, mi pare che i problemi che si aggrovigliano e che si intensificano nel Medio Oriente e nel mondo arabo ci avvertano che non possiamo aspettare il 1993; non possiamo procedere al ritmo a cui pensavamo tempo fa per il consolidamento e lo sviluppo della Comunità europea. Crediamo di poter mascherare l’assenza della Comunità europea e dell’unione politica dell’Europa con una riunione dell’Unione europea occidentale in funzione di supplente della Comunità politica europea, ma evidentemente questo non è assolutamente un rimedio adeguato alle esigenze non soltanto del momento, ma a quelle che ci si presentano in prospettiva.

    Sottolineo soprattutto la necessità di una svolta decisa (e anche qui la Presidenza italiana in sede comunitaria può dare un impulso decisivo), una svolta per quanto concerne la politica della cooperazione con i paesi in via di sviluppo. Abbiamo da affrontare il problema che si usa designare con l’espressione «sviluppo sostenibile»; nel quadro di questo grande problema del cosiddetto sviluppo sostenibile certamente emerge il problema energetico, perché (ricordiamocelo; è stato già detto da qualche collega, voglio soltanto sottolinearlo), le conseguenze di ciò che sta accadendo nel Medio Oriente, le conseguenze della aggressione irachena, anche per quanto riguarda il problema energetico, il problema petrolifero, non riguardano soltanto i paesi più consumatori di petrolio, per così dire; purtroppo, a guardare per lo meno i titoli delle prime pagine dei giornali in questo periodo, sembra che le più gravi conseguenze, le conseguenze di cui maggiormente noi ci allarmiamo per l’aggressione irachena siano il prezzo del petrolio, che si ripercuote sul prezzo dei prodotti energetici che noi consumiamo, e certe flessioni nelle Borse dei maggiori paesi industrializzati, quando invece le vittime più duramente colpite da questa crisi sono i paesi più poveri del Terzo mondo, quelli per i quali ogni dollaro in più di un barile di petrolio significa impoverimento, significa addirittura catastrofe economica e umana.  

 

 

Nei resoconti parlamentari che vanno dalla 475a seduta del Senato alla 497a, si ripercorrono le fasi che vanno dalla scadenza dell’ultimatum alla fine del conflitto. Negli interventi degli oratori non si apprezzano più distinguo sulla liceità o meno delle risoluzioni, della partecipazione italiana, dei mezzi da utilizzare. Il clima, il contesto sono cambiati: è l’ora della guerra  e forse più per autoconvincimento che per effettiva urgenza politica si profilano situazioni alternative al conflitto.

Vengono proposti, di seguito, stralci di interventi che si succedono nelle varie sedute; le scelte non seguono, come è giusto, un univoco percorso ideologico cercando di offrire una panoramica dei diversi atteggiamenti emersi in quei giorni. Inoltre, qualsiasi nota di commento è stata omessa alla luce dell’inevitabilità della scelta.


ATTI PARLAMENTARI

 

SENATO DELLA REPUBBLICA

 

RESOCONTI DELLE DISCUSSIONI

 

1990

 

477a seduta del 16 gennaio 1991

 

Discussione sulle comunicazioni del Governo sulla situazione nel Golfo Persico

 

Dall’intervento del Senatore Achilli

 

(…) Sono scaduti dunque i termini temporali dell’ultimatum che impone all’Iraq il ritiro dei territori kuwaitiani occupati con la forza, infrangendo i tal modo una delle regole fondamentali che disciplinano la convivenza internazionale. Non è la prima volta che ciò accade nel dopoguerra, ma è la prima volta che l’intero pianeta si trova unito nel condannare l’attacco e nel richiedere a viva voce il ripristino della situazione preesistente.

    Si è inizialmente imboccata la strada dell’embargo economico per far intendere che la comunità internazionale e non accettava il fatto compiuto, ma questo tentativo non ha sortito i risultati sperati, o forse non si è avuto la pazienza i aspettare che li riproducesse, come del resto anche ampi settori del Parlamento americano hanno fatto rilevare.

    Per rimanere fedeli ai dettati delle Nazioni Unite non ci resta ora che applicare il secondo paragrafo della risoluzione 678 che – cito – “autorizza gli Stati membri ad usare tutti i mezzi necessari per sostenere e mettere in atto la risoluzione 660 e tutte le altre rilevanti risoluzioni e per ripristinare la pace e la sicurezza internazionale nella regione”. E aggiungo: per obbligare gli invasori a ritirarsi entro i loro confini, ben sapendo che non possono essere dimenticati i crimini commessi non solo contro il diritto internazionale, ma contro la popolazione kuwaitana che ha duramente sofferto e soffre il peso di una durissima repressione e di ingiustificati e crudeli atti di barbarie commessi dalle forze di occupazione irachene.

    Per queste ragioni dichiaro, quindi, l’assenso del Gruppo socialista alle misure proposte dal Governo.

 

Dall’intervento del Senatore Pecchioli 

 

(…) la sciagura incombe, ma, nonostante tutto, noi ci ostiniamo a considerare la situazione non definitivamente irrecuperabile. Per questo siamo impegnati senza risparmio di energie e invitiamo le forze più responsabili della democrazia italiana a fare altrettanto. C’è una grande questione di principio dalla quale in queste ore occorre più che mai farsi guidare, per perseverare con grande pazienza, tenacia, e fermezza nella ricerca di spazi e soluzioni negoziali: dimostrare che in questa epoca delle interdipendenze il ripristino della legalità internazionale e la pace sono indivisibili. Questo, dunque, e non quello delle armi, è il vero cimento di civiltà cui sono chiamati tutti gli Stati, tutte le forze, tutte le donne e gli uomini responsabili che vogliono stare nei tempi nuovi, consolidarne lo spirito, svilupparne le nuove straordinarie potenzialità nella direzione di un diverso rodine mondiale che non può certo scaturire dalle rovine, dalle lacerazioni, dagli imbarbarimenti di una guerra.

     Ecco perché ci allarma fortemente la posizione del Governo, una posizione del tutto contraddittoria. Da una parte vi è stata ieri una presa di posizione che abbiamo spezzato: la decisione di appoggiare in sede di Consiglio di sicurezza, congiuntamente al Governo tedesco e di altri paesi, i punti della proposta Miterand e, in particolare, la convocazione della Conferenza internazionale sul Medio Oriente. Però, occorre essere chiari, i bei gesti non bastano. L’incisività di una simile iniziativa è stata subito neutralizzata. Non solo dal silenzio di Bagdad e dal rifiuto americano che l’onorevole Andreotti non ha neppure menzionato, ma dalla dichiarata disponibilità, ora confermata dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio, a coinvolgere l’Italia nelle azioni di guerra del Golfo, rinunziando con ciò ad una responsabile e autonoma interpretazione della risoluzione 678 dell’ONU che non comporta nessun automatismo bellico, non prevede affatto che dopo il 15 gennaio la parola “spetti” ormai unicamente ai missili e ai carri armati (…). 

 

 

Dall’intervento del Senatore Colombo

 

(…) Paradossalmente tutti i contendenti nelle loro decisioni finali fanno riferimento a Dio. Non facciamo un processo alle intenzioni, ed anzi dobbiamo credere, specie nei momenti gravi come questi, almeno fino a prova contraria, alla buona fede e alla buona volontà di tutti. E, qualora la capacità umana da sola non sia in grado di valutare, questo comune richiamo alla forza superiore e divina che tutti sovrasta e guida la storia, sia almeno di luce, conforto e speranza per tutti. Ecco perché il nostro parlare può suonare anche come una preghiera a chi ha nelle mani il destino del mondo. Questo parlare lo richiede il nostro essere persona, che poggia sulla ragione e non sulla forza le proprie convinzioni, ma anche il nostro essere componente della comunità italiana che della pace ha fatto uno dei valori fondamentali e il nostro essere componenti dell’intera umanità che crede e vuol continuare a credere nella logica del diritto e non in quella della violenza.

    Ho detto della difficoltà a parlare e vorrei aggiungere che è difficile prendere la parola non solo come persone ma anche come cristiani, seguaci cioè di una fede e di una religione che trova nel valore della pace la sua ragion d’essere e che ora si trova di fronte al dilemma di dover usare la forza per far applicare un diritto, il diritto alla e della pace. Non è facile sciogliere questo groviglio che può sembrare spesso una contraddizione in termini: forza e violenza per realizzare la pace. Ma è il dilemma della politica nei momenti difficili, una politica che vuole essere responsabile e non velleitaria: pace ed uso della forza per rispettare, mantenere, consolidare questo supremo valore. Come fare sintesi tra questi due termini che sembrano di per sé contraddittori? È il dilemma che abbiamo dovuto affrontare altre volte nella storia politica del nostro paese e, per noi cattolici democratici, anche nella storia del nostro partito. Sono andato a rileggere le discussioni tenute in occasione dell’adesione dell’Italia al Patto Atlantico. Quale levatura di dibattito, onorevoli colleghi, quale tensione anche morale in quei discorsi! Alla fine diversi colleghi ed amici carissimi non condivisero la decisione del partito e sull’onda di questo dissenso arrivarono non solo al voto contrario, ma alla rottura con il partito stesso. Fu una perdita grave in sé, anche per la statura dei protagonisti. Noi a queste cose siamo stati attenti anche oggi. Se c’è un punto sul quale la valutazione della coscienza deve pesare in modo adeguato sulla scelta politica, è proprio quando si deve decidere sul tema della pace e della guerra. Abbiamo vissuto analoghi momenti ancora recentemente, in occasione dell’installazione in Italia dei missili Pershing e Cruise, per far fronte agli SS-20 del Patto di Varsavia: vi fu un confronto duro, serrato, ma sempre rispettoso delle diverse opinioni e convinzioni.

    Domandiamoci chi è il depositario della verità su tematiche così complesse, che investono aspetti tecnici, politici, ma anche di natura eminentemente morale. È il dilemma – onorevoli colleghi lasciatemelo dire – che noi partigiani cristiani abbiamo dovuto affrontare nel 1943-45 quando, sentito il dovere di partecipare alla lotta di Resistenza, ci chiedemmo se dovemmo restare impassibili, ritirandoci magari in preghiera per la vittoria della libertà e della democrazia, oppure partecipare alla lotta ramata, essere ribelli al regime, usare la forza delle armi, fare la guerra al regime ed alle forze di occupazione. I partigiani cristiani decisero per la seconda linea e divennero ribelli; ma, come ci insegnò con una difficile sintesi il nostro maestro, la medaglia d’oro Teresio Olivelli (di cui si appresta l’inizio del processo di canonizzazione), decidemmo di “essere sì ribelli, ma ribelli per amore. Questo è il dramma dei cristiani che oggi sono impegnati a livello di responsabilità politica e che hanno responsabilità nei riguardi degli altri, specie degli indifesi e dei deboli.

(...) Con questo spirito abbiamo ascoltato le comunicazioni del Presidente Andreotti e ci sentiamo di convergere sulle sue linee di ragionamento e quindi sulle conclusioni.

 

 

Dall’intervento del Senatore Pollice

 

(...) Onorevole Andreotti, non è vero che noi non siamo entrati in guerra, mi dispiace contraddirla. Non è vero ciò che ha affermato nella sua relazione quando dice che la risoluzione 678 del Coniglio di sicurezza, nel secondo paragrafo, conferisce agli Stat che, come l’Italia, cooperano nella penisola arabica, il potere di adottare tutte le misure necessari per contenere e attuare le pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicureza, a cominciare dalla 660. Lei dice ancora che queste misure comprendono, secondo quanto previsto dall’articolo 2 dello Statuto, l’obbligo degli Stati membri di fornire alle Nazioni Unite – lei cita testualmente – “ogni assistenza in qualsiasi azione che intraprendono in conformità alle disposizioni del presente Statuto”.

    Ebbene, al di là di tutti i giri di parole, signor Presidente del Consiglio, penso che questa sia un’affermazione determinante, decisiva, con la quale dissento, ma con la quale lei praticamente chiede l’avvallo per un’avventura che può portare anche alla guerra.

    A mio parere, questa è proprio una esplicita dichiarazione di intervento e la conferma la troviamo più avanti nella sua dichiarazione di questa mattina, quando ah sostenuto che è necessario chiarire questi concetti per fissare la natura e i limiti dei poteri costituzionali del Governo nell’attuale vicenda. “una partecipazione con gli alleati alle azioni nel Golfo” – lei dice – “è conforme alla lettera e allo spirito dell’articolo 11 e non comporta quindi ricorso all’articolo 78 della Costituzione stessa, che prevede la deliberazione da parte delle Camere dello stato di guerra”.

    Signor Presidente del Consiglio, nonostante tutte le sue argomentazioni ben congegnate (lei non è abile solo in queste cose), dopo averla votata e dopo aver partecipato alla sua definizione, devo dire che lei interpreta la Costituzione a suo uso e consumo, o meglio a uso e consumo di una soluzione e di una proposta con la quale non soltanto non sono assolutamente d’accordo, ma credo non sia d’accordo buono parte del nostro popolo (...).

   

 

Petizione popolare al Senato

 

    Il signor Loris Pretini, di Arezzo, ed altri numerosissimi cittadini, esprimono la comune necessità che, nel rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, l’Italia dichiari fin da ora il proprio rifiuto a partecipare in alcun modo ad azioni di guerra nel Golfo Persico (petizione n. 393)

       

    Tale petizione, a norma del Regolamento, è stata trasmessa alle competenti Commissioni.

 

 

Dall’intervento del Senatore Giugni

  

 L’opinione pubblica italiana è attraversata e percorsa da un forte senso di angoscia. E per quanti appartengono ad una generazione come la mia, che ha vissuto altre tragiche vicende, la memoria interviene a sviluppare non meno angosciosi paralleli e sensazioni in gran parte di già vissuto. É proprio questa sensazione di già vissuto a far riemergere dal profondo della nostra coscienza la ripugnanza per la stessa parola che oggi è sulle bocche di tutti e sulle testate della stampa: la parola “guerra”, quella parola che accese gli animi di molti nella nostra generazione (non di tutti, ma – abbiamo il coraggio di dirlo- forse dei più) ma che, attraverso il lavacro di una tremenda realtà, rovesciò completamente i suoi valori emotivi. Questa tragica esperienza – una passione per la guerra ed una sofferenza inaudita a causa della stessa – fornisce la chiave di lettura di quell’articolo 11 della Costituzione, oggi così ricordato nelle affissioni e nei volantini, in cui al concetto di guerra si oppone il concetto di ripudio.

    Quello compiuto dalla nostra Costituzione è un enorme passo avanti nella stessa storia dell’umanità in cui, ricordiamo, la guerra è stata elemento coevo della politica o – come afferma un detto famoso – la prosecuzione della politica sotto altra forma.

    Questa constatazione non deve, però, essere disgiunta da un’altra considerazione. Ripudio della guerra non vuol dire abbandono dell’uso della forza per difendere la legalità. Questo è uno di quei principi fondamentali su cui si basa l’ordinamento degli Stati e su cui è costruita la stessa teoria dello Stato di diritto: l’appropriazione esclusiva da parte dello Stato, inteso come sistema di legalità, dell’uso della forza. Questo è l’insegnamento di grandi giuristi; ne nomino uno, Hans Kelsen, per avere soltanto l’occasione di citarne un altro, nostro collega, Norberto Bobbio.

    Ora, le Nazioni Unite, sia pure in forma imperfetta, costituiscono un ordinamento, e un’azione di forza compiuta nel loro ambito per realizzarne i fini di tutela della legalità internazionale può essere chiamata guerra per le forme materiali che assume, ma non lo è dal punto di vista giuridico né dal punto di vista della legittimazione etica: e sottolineo quest’ultima espressione perché non vorrei che questa argomentazione apparisse sorretta solo da una fredda cultura giuridica.

    Come ha affermato il Presidente del Consiglio questa mattina, quella che qui viene proposta è un’azione di polizia internazionale che l’organizzazione internazionale predisposta alla tutela della pace tra i popoli, in carenza di una forza propria o nella difficoltà di improvvisarne la formazione, delega alle Forze armate degli Stati membri. Il senatore Granelli si è soffermato su questo punto; e vorrei fargli notare che, se non vi è un’azione dei “caschi blu”, è perché l’intervento venne improvvisato il 2 agosto non tanto per restituire al legittimo governo il Kuwait invaso, quanto per difendere uno Stato che stava per essere anch’esso aggredito, cioè l’Arabia Saudita. Si trattò quindi di una azione di pronto ed urgente intervento. Se fosse esclusa la possibilità dell’uso della forza, le Nazioni Unite non sarebbero diverse dalla Società delle Nazioni e invece sappiamo bene che la novità introdotta con l’istituzione dell’ONU alla Conferenza di San Francisco fu l’acquisizione del principio dell’affidamento ai propri organi anche del potere di intervento attraverso mezzi coattivi. Questa è la profonda differenza rispetto alla Società delle Nazioni e questa è la ragione per cui abbiamo creduto – ed oggi abbiamo seri motivi per continuare a credevi – nelle Nazioni Unite.

 

 

 

 

 

Dichiarazione del Presidente del Senato

Ore 2.30 del 17 gennaio 1991

 

 (...) È maturata infatti una situazione bellica, di azioni militari, che ha indotto il Governo a ritenere opportuno informare subito il Parlamento e a propormi di anticipare il discorso di replica del Presidente del Consiglio, ricco dei nuovi fatti collegati alle vicende belliche di stanotte, a domattina alle ore 7. Successivamente si svolgeranno le dichiarazioni di voto e poi si procederà al voto.

 

 

Si propone, di seguito, la dichiarazione del Presidente del Consiglio, On. Andreotti, che annuncia al Senato la decisione americana di dare inizio alle operazioni militari. Si segnalano semplicemente, omettendo qualsiasi commento, le parole in base alle quali le operazioni belliche sono iniziate.

 

478a seduta del 17 gennaio 1991

 

Presidenza del presidente Spadolini

 

    PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito della discussione  sulle comunicazioni del Governo sulla situazione nel Golfo Persico.

    Nella seduta pomeridiana di ieri si è svolta la discussione generale. Do ora la parola al Presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Andreotti.

 

    ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli senatori, ieri sera il Governo americano ha informato i paesi impegnati nel Golfo che, ritenendo purtroppo esaurito ogni tentativo di far accettare a Saddam Hussein il ritiro dal Kuwait, all’una, ora italiana, sarebbe stata attuata una prima azione contro obiettivi militari.

    Il presidente Bush si è rivolto poco dopo alla nazione americana pee ricordare tutti gli inutili tentativi di giungere ad una soluzione pacifica che evitasse il ricorso alla forza. Ha aggiunto che le prime operazioni sono stato condotte soltanto dall’aviazione (hanno partecipato all’azione aerei statunitensi, sauditi, kuwaitiani, inglesi) e dirette contro obiettivi militari in territorio iracheno.

    In queste condizioni si verificano le premesse per lo sviluppo del nostro impegno, come risulta dalle dichiarazioni rese ieri dal Governo nell’ipotesi in cui fallissero i tentativi estremi di persuasione che lungo tutta la giornata sono febbrilmente continuati. Per le unità italiane vale la regola del comando operativo nazionale e del controllo operativo delegato a chi dirige le operazioni in loco. Per le forze aeree il controllo operativo è affidato al centro americano di coordinamento delle forze aeree di Riad. Per le forze navali occorre distinguere in base alle missioni che verranno loro affidate: se sono impegnate in compiti statici (pattugliamento ecc.), rimangono sotto esclusivo comando nazionale; se si tratta di missioni integrate passano sotto il controllo operativo di chi dirige le operazioni.

    La partecipazione effettiva avrà inizio soltanto dopo il voto del Parlamento.

 

 

Dall’intervento del senatore Bossi

 

(...) La lega lombarda-Lega Nord, nonostante ritenga giusta l’applicazione della delibera dell’ONU nei confronti dell’Iraq, perché dittatore ed invasore coincidono nella figura di Saddam Hussein, nonostante si tratti di una guerra in difesa di una buona quota del petrolio mondiale che – è inutile nasconderlo – rappresenta la linfa energica vitale del processo produttivo dell’Occidente industrializzato e in modo particolare dell’Italia, on ritiene giustificata la partecipazione italiana all’azione militare in corso, pur ammettendo che fin dall’inizio questa guerra mi sembra condotta in modo da colpire selettivamente obiettivi militari e strategici evitando bersagli civili.

    La Lega lombarda depreca il fatto che prima di far parlare le armi la diplomazia non abbia esperito tutte le strade possibili, compresa la mediazione attorno ad un progetto di autonomia amministrativa del Kuwait. La Lega lombarda depreca inoltre che traspaiono evidenti collegamenti tra l’azione di forza degli americani nel Golfo e l’azione di forza dell’Armata rosa nei paesi baltici. Ciò equivale al tentativo di arrestare un’evoluzione del processo democratico, che si muove con decisione verso il superamento nazionale dello Stato centralista in quanto strumento di egemonia di pochi grandi potentati economici, con una organizzazione statuale federalista in cui anche gli interessi economici più piccoli possano far sentire la propria voce, in cui la società, lo Stato non siano connotati solo dal valore economico.

  

   Noi vorremmo sentire che l’ONU considera l’invasione della Lituania altrettanto grave di quella del Kuwait. Viceversa l’ONU rischia di perdere in breve tempo credibilità ed autorità apparendo più come uno strumento dei paesi industrializzati che non un baluardo della causa della democrazia e della libertà.

    La Lega lombarda richiama, inoltre, l’attenzione delle responsabilità del governo e di tutti i partiti ad impegnarsi per dare un senso profondamente differente alla cooperazione con i paesi del Terzo mondo e del Quarto mondo, soprattutto i paesi che non danno garanzie di favorire il libero svolgersi del processo democratico. Qualche colpa dobbiamo pure imputarcela noi italiani visto che la filiale della Banca nazionale del lavoro di Atlanta ha concesso linee di credito per 3.500miliardi all’Iraq di Saddam e che l’Italia ha aperto linee di credito per 7.500miliardi alla Russia di quello stesso Gorbaciov che poi fa sparare sulla folla a Vilnius, linee di credito alla Somalia del dittatore Siad Barre e così via.

    In un mondo di grandi cambiamenti come il nostro la pace evidentemente non può essere considerata un regalo ma una conquista. Non sarà con la restaurazione della logica di Yalta e della minata autorità dello Stato nazionale che si conquisterà la pace. Sulla autonomia, sul federalismo, su Stati meno connotati dall’interesse economico e quindi meno inclini a usurpare la libertà degli uomini e dei popoli per difendere interessi particolari dei potenti si fonda l’ordine mondiale della pace. Per tutti questi motivi noi votiamo contro.

 

 

Dall’intervento del Senatore Strik Lievers

 

Signor Presidente, signori Ministri, colleghi, l’ho detto ieri e lo ripeto oggi: di fronte a questa scelta ognuno di noi è solo davanti alla propria coscienza. Si tratta di decidere di uccidere e farsi uccidere, ma si tratta anche di decidere se è lecito non fermare Saddam Hussein, se è lecito non fermare un dittatore che ha già mostrato il suo volto e la realtà del suo essere con l’aggressione prima dell’Iran e ora del Kuwait, un dittatore che se non sarà fermato crederà sia lecito fare quello che vuole e fra pochi mesi avrà l’arma atomica.

    Per questo, di fronte a questo dilemma, ognuno non può che interrogare a fondo solo e soltanto la propria coscienza, perché è chiamato a rispondere di fronte alla propria coscienza, di fronte ad il proprio futuro ed a quello della società, dell’umanità, di come decide in questo momento.

   Colleghi, faccio parte del Partito radicale transnazionale, che è il partito della non violenza ma che proprio per questo non accetta di confondersi con quel tipo di pacifismo che è il contrario della non violenza, perché è quel tipo di pacifismo disposto a lasciar via libera alla violenza e alla guerra, all’oppressione, alla negazione del diritto, mentre la non violenza e la pace hanno senso soltanto se conquistano il diritto e si fondano su di esso non v’è pace se non c’è diritto, se non c’è regola.

 

 

Dall’intervento del Senatore Giolitti

 

(...) Anch’io, come diceva di sé il mio vecchio amico Paolo Bufalini, devo alla longevità una particolare sensibilità di fronte a questioni e scelte politiche come quelle di cui discutiamo. Anch’io ho avuto la ventura di nascere alla vigilia della partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale; di compiere venticinque anni quando Mussolini spingeva questo povero paese nella seconda guerra mondiale a fianco di Hitler dopo l’aggressione impunita all’Etiopia e alla Spagna, e di partecipare alla resistenza. Dopo un quarantennio di guerra fredda ho avuto la ventura di intravedere finalmente la possibilità di una pace stabile, fondata sulla solidarietà e la cooperazione internazionale, nonché di un embrione di governo mondiale.

    Paradossalmente, proprio l’aggressione del dittatore iracheno ha indotto o quasi costretto l’Organizzazione delle Nazioni Unite il suo Consiglio di Sicurezza, non più paralizzato dai veti incrociati delle due superpotenze, ad assumere quel ruolo con la necessaria fermezza in difesa della pace.

    Se mi è consentito ancora un brevissimo cenno autobiografico ricordo l’ignominia e la catastrofe della resa di Monaco di fronte all’aggressione hitleriana. Fu la resa e non la fermezza a scatenare la seconda guerra mondiale. Non voglio fare paragoni un po’ sbrigativi: voglio soltanto dire con profonda ed anche sofferta convinzione che la fermezza nell’adempimento delle decisioni, tra cui anche la risoluzione n.678 e la scadenza del 15 gennaio, è condizione necessaria, seppure non sufficiente, per convalidare quella speranza di pace stabile ed il ruolo a tal fine assunto dall’organizzazione delle Nazioni Unite (…).

 

Dopo una lunga discussione, a tratti drammatica nei toni, si pongono ai voti le varie proposte: il Senato approva l’entrata in guerra dell’Italia o meglio l’adesione del paese ad un’operazione di polizia internazionale: era il 17 gennaio 1991, la guerra era già iniziata.

 

 

Da ultimo, si trascrive un estratto della 497a seduta del 28 febbraio 1991. Il Kuwait era stato liberato, i pozzi di petrolio ancora bruciavano, molti cittadini stranieri o prigionieri erano stati usati come scudi umani dal Governo di Bagdad,  l’embargo per i civili era sempre in atto, la madre di tutte le battaglie era stata combattuta, le bombe al fosforo sganciate, la sindrome del Golfo era latente, ma la guerra era finita.

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ATTI PARLAMENTARI

 

SENATO DELLA REPUBBLICA

 

RESOCONTI DELLE DISCUSSIONI

 

1991

 

497a seduta del 28 febbraio 1991

 

Sulla cessazione delle operazioni militari nel Golfo Persico

 

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, la fine della devastante guerra nell’Iraq suscita in tutti i nostri animi un’emozione profonda, un senso di sollievo e quasi di liberazione.

    Il regime di Saddam Hussein ha finalmente accettato quanto con forza, da tempo, fin dai primi giorni della brutale aggressione contro il Kuwait, le Nazioni Unite avevano richiesto. Il ruolo dell’ONU si è rivelato essenziale nel favorire e mantenere unita una coalizione molto ampia di paesi, dagli Stati Uniti d’America ad alcuni grandi paesi arabi, con il compito di difendere uno dei suoi membri, un paese arabo, appunto, da un’ingiusta invasione. E solo attraverso le Nazioni Unite si è preservato il filo della collaborazione tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, oggi più che mai essenziale alla pace e all’equilibrio mondiale.

    In questo momento di gioia comune, ma di gioia in particolare per i cittadini del Kuwait liberato, di cui la televisione ci ha trasmesso le immagini commoventi dopo mesi di angustie, di sofferenze e di persecuzioni, va ribadito con forza che il nemico della coalizione internazionale non è mai stato iracheno, cui deve andare la nostra umana e piena solidarietà, ma un Governo assoluto e violento che dei sacrifici di questo popolo si è fatto scudo sino all’ultimo.

    È ora davanti a noi, davanti alle Nazioni Unite, un compito immane: ristabilire innanzitutto condizioni di pace durature in tutta l’area del Medio Oriente, evitando di creare presupposti di revanscismi e frustrazioni di cui la storia recente, anche europea, ha ampiamente mostrato la pericolosità, ma affrontando altresì tutti quei problemi della regione, a cominciare da quello palestinese e da quello libanese, che determinano condizioni di tensione e di grave instabilità.

    In questa prospettiva va salutato positivamente il senso di responsabilità dello Stato di Israele che ha saputo resistere ad una serie di attacchi sanguinosi sul suo territorio, evitando di cadere in una criminale trappola di provocazione e di allargare o snaturare il senso del conflitto, necessariamente limitato e finalizzato al ristabilimento del diritto internazionale violato.

    E ciò è di buon auspicio per il futuro, un futuro che esige, anche da parte di Israele, i necessari segni di moderazione, per una duratura e pacifica convivenza tra arabi ed ebrei.

    In questo momento di gioia il nostro pensiero si rivolge, solidale e commosso, alle vittime tutte del conflitto, da qualunque parte, militari e civili, nessuno escluso.

    Il nostro paese, che ha partecipato con pieno diritto ed onore alle operazioni militari della coalizione internazionale – e rivolgo un saluto affettuoso e partecipe alle forze italiana impegnate nel Golfo – molto può fare per ristabilire condizioni di pace e di sicurezza nel Medio Oriente. È questo un compito che richiederà il convinto concorso di tutti.

    L’opera di ricostruzione politica e morale che attende la comunità internazionale è immane, ma il suo successo è la condizione imprescindibile per garantire un futuro di pace e di collaborazione tra due civiltà che hanno scritto nei secoli pagine altissime della storia dell’umanità e che non possono essere contrapposte da solchi incolmabili.  

 

   

 

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