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§ 1. UNA LETTURA DELLE CAUSE DEL CONFLITTO

 

 

Molti intellettuali cercarono di fornire una risposta alla domanda Perché scoppiò la guerra del Golfo?

Le risposte furono di natura differente, ma tutte più o meno riconducibili a due diversi tipi: chi considerò lo scoppio del conflitto una immediata conseguenza della politica di Saddam Hussein e chi attribuì la colpa ad un’errata politica dell’Occidente.

Il primo è il caso di alcuni intellettuali che motivarono con le seguenti parole la loro analisi degli avvenimenti che portarono allo scoppio del conflitto.

Aspettando gli eventi, bisogna fare attenzione a non confondere la doverosa voglia di pace con la rimozione delle plateali, clamorose responsabilità iraquene. Uno Stato sovrano, membro dell’ O.N.U., è stato non solo invaso, ma cancellato e annesso. Questo è intollerabile per qualunque società internazionale, che, pur fra contrasti e contraddizioni, esiga una parte minima di legalità. Non è soltanto questione di petrolio, benché ovviamente conti anche quello, e non poco. Ben altro è in gioco. E una riparazione è necessaria. Che la ragione prevalga, sia pure all’undicesima ora.1

[¼] la guerra è scoppiata da più di sei mesi, nel momento stesso in cui i panzer iraqueni hanno portato morte, distruzione e usurpazione nel Kuwait.2

Numerosi furono gli intellettuali che indicarono come causa la politica di forza attuata dagli Stati occidentali e, più in generale, dagli Stati Uniti d’America.

La realtà quotidiana sta dimostrando chiaramente che la decisione sulla pace e sulla guerra è stata attribuita al solo presidente americano, e che la posta in gioco è divenuta sempre più esplicitamente quella del controllo delle risorse petrolifere che alimentano l’apparato industriale occidentale. La posta in gioco è, quindi, ancora una volta, il controllo di risorse limitate e un modello produttivo fondato sull’espansione illimitata dei consumi vigente nelle aree del Nord e l’indebitamento, la subordinazione e la miseria dei paesi del Sud.3

Ciò che era finora una tesi – solida, ma opinabile – è divenuto un fatto provato: l’obbiettivo per il quale è stata mobilitata e spedita in Arabia dalla Casa Bianca una forza di otto milioni di uomini non è il ripristino del diritto violato, la restituzione della sovranità del Kuwait, il ritiro degli invasori iraqueni. L’obiettivo è un altro: la disfatta dell’Iraq, la caduta del suo regime, la sostituzione o la morte del suo capo. Se questo obbiettivo fosse stato enunciato con chiarezza sin dall’inizio, ogni stato avrebbe potuto prendere le sue decisioni con cognizione di causa. Molti si sarebbero ragionevolmente chiesti se – nell’era delle più terribili armi di distruzione – è lecito ed opportuno che la più grande potenza decida di cancellare con la potenza i regimi che giudica scomodi o pericolosi o tirannici. Nessun diritto – tanto meno quello dell’ O.N.U. – lo prevede. Ma Bush ci ha raccontato che la sua armata è andata nel Golfo per far applicare le decisioni dell’ O.N.U. sul ritiro dell’Iraq. E Bush è uomo d’onore.4

[¼] La parola diplomazia ha assunto ormai nella crisi del Golfo un significato ambiguo. Ve ne sono, dal momento in cui Saddam Hussein ha invaso il Kuwait, almeno due: una diplomazia della pace e una diplomazia della guerra. La prima, di cui abbiamo avuto negli scorsi mesi esempi rari e segnali modesti, corrisponde all’atteggiamento di coloro che non disperano di trovare un terreno d’intesa. Ma accanto ad una diplomazia della pace esiste anche una diplomazia della guerra. Essa è praticata da coloro che respingono o ritengono impossibile qualsiasi formula intermedia, ma vogliono allontanare da sé, agli occhi del loro paese e dell’opinione mondiale, la responsabilità del conflitto. Mentre la prima diplomazia ricerca il dialogo la seconda prepara la guerra tentando, per quanto possibile, di attribuirne la responsabilità all’avversario. È probabile che l’iniziativa di Bush appartenga alla seconda piuttosto che alla prima.5

[¼] Quanto agli scopi è sempre più chiaro che essi sono molto analoghi a quelli di ogni operazione di polizia: far cessare il reato e punire i colpevoli, evitando che il reato si ripeta. Il che significa: liberare il Kuwait e, come appare sempre più probabile, processare Saddam Hussein davanti ad una corte internazionale, riducendo in modo significativo la sua forza militare.6

Bush vuole annientare il potenziale militare iraqueno…7

Nacquero e si svilupparono numerosi movimenti di opposizione alla guerra che individuarono nel petrolio la causa primaria del conflitto. Qui vengono riportate le risposte di alcuni intellettuali: Sembra che nessuno o pochi di questi pacifisti abbiano capito, alla prova di questa dura guerra, che la posta in gioco non sono i pozzi di petrolio del Kuwait, ma il tentativo iraqueno di formare nel giro di pochi anni un potentato arabo superarmato, revanchista avente come obbiettivo centrale, per affermarsi nel mondo arabo, la distruzione di Israele.8

I cartelli con la scritta “no blood for oil” sono riduttivi, anzi fuorvianti. Ma possono essere tranquillizzanti le venti o trenta mila tonnellate di tritolo fino ad ora scaricate sull’Iraq? Non è vero che questa è una guerra per il petrolio. Ma è altrettanto dubbio che su tutto quel tritolo si possano scoprire solide fondamenta di pace nel Medio Oriente. I pacifisti dunque farebbero bene a togliere quella motivazione dai loro cartelli: essa non coglie nessuna delle motivazioni essenziali di questa guerra. Ma altrettanto bene farebbero i sostenitori della “inevitabilità” della guerra a Saddam a mostrare assai maggiore prudenza nel sostenere che questa era ed è la sola strada per sistemare le cose: i guasti prodotti sono già tremendi e non è affatto detto che alla fine non risultino irreparabili.9

 

 

 

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