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§ 2. PER UNA VALUTAZIONE DELLA DIMENSIONE ETICA

       DELL’EVENTO

 

Il tema della guerra ha sempre interessato gli intellettuali, ma in occasione dello scoppio del conflitto iracheno molti si dedicarono a scrivere articoli e testi di opposizione o di sostegno alla guerra. Nel primo caso, è opportuna una distinzione tra le diverse opposizioni.

C’è chi si oppone alla guerra e chi si oppone a questa guerra. I primi hanno motivi di principio i secondi adducono ragioni di fatto.10

Il primo è il caso di alcuni intellettuali che con le loro affermazioni cercarono di diffondere una cultura di pace e di opposizione a tutti i conflitti poiché …la guerra non è solo l’evento militare che deflagra sui campi di battaglia e si conclude con un trattato. La guerra è mentalità che si diffonde, immaginario che si forma, comportamenti che si adottano: e che, tutti, rimandano all’idea dell’annientamento del nemico come mezzo di risoluzione dei conflitti.11 Tra coloro che si opposero alla guerra in termini generali, queste sono alcune delle dichiarazioni. Forse il punto è che non c’è più, in nessuna parte del mondo, una guerra che si possa riconoscere come giusta. Non c’è più nell’interno dei paesi occidentali dove la semplice ipotesi che un gruppo sociale possa “organizzare una lotta” per “difendere i propri interressi” suscita o scandalo o derisione. Non c’è più nella nostra coscienza, dove l’ipotesi di pensare in forma critica e antagonistica è soffocata sul nascere dalla spinta universale a “pensare uguale”.12 – oppure – Facciamo presto a dire oggi: gli intellettuali non parlano, in realtà hanno già parlato… Prendiamo il caso di Alberto Moravia. Nei suoi ultimi anni ha ripetutamente detto  e scritto che, a questo punto della sua evoluzione tecnologica, l’umanità ha solo un problema. Fare della guerra un tabù. Una cosa assolutamente proibita…13

Anche alcuni scrittori esposero tesi di contrarietà alla guerra, autorevole fu la voce di Umberto Eco, che espresse con queste parole la sua opinione: Il senno di sempre ci dice che se uno ti assale con un coltello hai diritto di rispondere almeno con un pugno. Ma se tu sei Superman sai che dando un pugno sbatti l’avversario sulla luna, provochi lo sbriciolamento del nostro satellite, il sistema di gravitazione entra in tilt, Marte collide con Mercurio e così via, e ci pensi un momento – anche perché potrebbe darsi che la catastrofe gravitazionale fosse esattamente quello che l’avversario voleva. E che proprio non dovresti concedergli.14

La maggioranza degli intellettuali scrisse, però, in relazione a questa guerra e non attuando un discorso generalizzato. Così nei primi mesi del 1991 si accesero numerose discussioni sulla legittimità di un intervento militare nel Golfo e tra gli intellettuali italiani alcuni a favore e altri contro la guerra, alcuni reputandola doverosa o necessaria, altri condannandola, altri considerandola inevitabile, altri ancora ritenendola ingiusta e proponendo alternative non violente.

Il dibattito si fece molto più acceso in seguito ad una dichiarazione di Norberto Bobbio rilasciata al Tg3 Piemonte: I problemi sono due: se la guerra sia giusta e se, oltre che giusta, sia anche efficace. Per quanto riguarda il primo problema la risposta è indubbia: è una guerra giusta perché è fondata su un principio fondamentale del diritto internazionale che è quello che giustifica la legittima difesa. Per quello che riguarda il secondo punto, l’efficacia, bisogna tenere conto di alcune condizioni: la guerra sarà efficace se è rapida rispetto al tempo e se è limitata rispetto allo spazio, nel senso che sia ristretta al teatro di guerra dell’Iraq (15 gennaio 1991).

Numerosi intellettuali replicarono a questa tesi, cinquanta di questi firmarono un manifesto: Si va dicendo da più parti che quella che si sta combattendo è una guerra giusta. Noi sosteniamo che per principio non esistono guerre giuste: questa è la prima ragione per la quale riteniamo che la guerra del Golfo vada evitata e non debba essere a nessun costo combattuta [] Ma la guerra non è neppure – in generale e nel caso specifico- uno strumento efficace di soluzione dei conflitti tra popoli. I problemi che provoca, lo strascico di lutti e rancori e, oggi, le conseguenze sull’equilibrio ambientale, sono sistematicamente superiori a quelli che è in grado di risolvere nel breve e soprattutto nel lungo periodo.15

Questo documento fu firmato da decine di docenti di Scienze Politiche, Magistero, Giurisprudenza e Politecnico tra cui Amedeo e Gastone Cottimo, Silvano Belligni, Massimo Follis, Marco Revelli, Gianni Vattimo, Giuseppe Bonazzi, Gian Giacomo Migione, Federico Avanzino, Angelo Tartaglia ed altri.

Bobbio replicò con queste parole: Mi ha addolorato il dissenso sul caso specifico, il giudizio sulla guerra del Golfo, che per me è da considerare una guerra giusta, nel senso che viene dato a questo termine nel diritto, nel senso cioè che è giusta la guerra che, pur come estrema ratio, ma in questo caso l’extrema ratio era evidente, si oppone ad una guerra d’aggressione, in base al principio che è morale ancor prima che giuridico, valido nel diritto interno quanto nel diritto internazionale, secondo cui l’uso della forza è sempre illecito salvo nel caso in cui la forza è impegnata per rispondere alla forza altrui. Nel principio internazionale questo principio è stato contestato, come io stesso ho scritto più volte, per il fatto che è difficile distinguere l’aggressore dall’aggredito: ogni Stato, infatti, anche quando è aggressore, tende a prestare la propria aggressione come risposta anticipata a una possibile aggressione altrui, cioè come a una difesa preventiva. Ma se c’è stato un caso in cui questo equivoco non poteva in alcun modo sorgere, era proprio quello dell’occupazione armata del Kuwait da parte dell’Iraq. [] La sorpresa, invece, è derivata dall’affermazione che “per principio non esistono guerre giuste”. Ho affermato più volte anch’io che di fronte alla guerra atomica probabilmente non è più possibile distinguere guerre giuste e guerre ingiuste perché cade la possibilità di contrapporre la guerra di difesa alla guerra di offesa. Ma nelle guerre tradizionali, la distinzione essendo possibile – e nel caso dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq è certa continua a esistere.16

La polemica riguardò anche altri intellettuali come, per esempio, Paolo Mieli, che scrisse: Va premesso che una guerra resta in ogni caso una guerra, cioè evento che la nostra cultura ci porta a identificare come drammatico e negativo per eccellenza. Più ancora di una catastrofe naturale perché il versamento di sangue – sia esso poco o tanto che inevitabilmente scorre, dipende da una decisione umana. Decisione che può essere, come in questo caso, giusta, legittima, presa dopo aver tentato l’impossibile per non prenderla.

Vittorio Foa, ex-segretario del PCI, si dissociò dalle posizioni prese dal suo partito, che si era opposto alla guerra, motivando la sua scelta durante un’intervista quando, all’affermazione di un giornalista: Senatore Foa, qualche pacifista si sente addirittura sconcertato dalla sua decisione, egli rispose: Mi dispiace sinceramente. Io trovo rispettabile e legittimo il “pacifismo degli obbiettori”. Credo, tuttavia, che il pacifismo autentico non consista nel non rispondere mai all’aggressore. Per tutta la mia vita ho sempre pensato invece che il vero pacifista non è colui che non usa mai la forza, ma piuttosto colui che non aggredisce mai per primo e che, allo stesso tempo, pretende che l’aggressore sia punito.17

Nei giorni seguenti una risposta alle affermazioni di Bobbio e di chi si trovò in accordo con lui, venne dall’esponente del partito comunista Giorgio Napolitano, che motivò la decisione di opporsi al conflitto con queste affermazioni [¼] Ma nel caso specifico del Golfo il ricorso all’azione militare presentava pesanti controindicazioni: il ruolo preponderante assunto dalle forze americane in assenza di contingenti militari messi a disposizione e sotto la guida dell’O.N.U., la tremenda complessità dei problemi irrisolti accumulatisi sulla regione mediorientale, la prevedibile potenza distruttiva e la possibile estensione del conflitto, la allarmante portata dei costi da affrontare in termini di vite umane e di prospettive future nel rapporto con i popoli arabi e con il mondo islamico. È stata la valutazione concreta di tutti questi fattori che ci ha indotti ad opporci al ricorso all’azione militare.18

 

Una guerra è sempre in primo luogo una tragedia, i cui atti sono scritti con il sangue degli uomini. Proprio per questo ognuno è chiamato ad assumersi le sue responsabilità morali e politiche. [¼] di fronte ad un Saddam Hussein che ha detto e ridetto: l’invasione del Kuwait non è un atto di violazione della legalità internazionale, ma il suo opposto; non è lecito, come fanno il movimento “pacifista” [¼] ribattere – dopo che al dittatore è stato dato il tempo necessario per fare le sue scelte che si vuole il ritiro da Saddam dal Kuwait, senza però che l’O.N.U. eserciti l’unico atto in grado di impedire il trionfo della politica di aggressione, vale a dire un intervento militare volto a ristabilire il diritto internazionale. [¼] Giolitti ha ricordato che “la guerra l’ ha dichiarata Saddam Hussein”.19

Molte e differenti furono le tesi a sostegno delle diverse posizioni prese dagli intellettuali; una di queste è motivata nello stralcio di articolo seguente: “Bobbio ha ragione” [¼] Non mi interessa discettare sulla nozione di guerra giusta o ingiusta. Ogni guerra è un male in sé tanto più oggi nell’era atomica e poi ogni conflitto bellico è considerato dagli uomini e dai popoli giusto o ingiusto a seconda del punto di vista dal quale ci si mette.[¼] Diciamo, piuttosto, che questa guerra del Golfo (e di vera guerra si tratta, non di una semplice operazione di polizia internazionale, come con mal accorta reticenza si è detto) è necessaria, inevitabile, perché ci è imposta da un obbligo internazionale: dalla nostra adesione all’ O.N.U. e dalle deliberazioni che le Nazioni Unite hanno votato pressoché all’unanimità nei mesi scorsi.20

Una tesi simile fu sostenuta in un articolo, durante il dibattito, anche dal Presidente dell’Istituto Affari internazionali: …Premesso che in questo dibattito mi trovo senza esitazioni dalla parte di Norberto Bobbio nella doppia tesi che vi sono guerre giuste e che questa in particolare lo è, vorrei aggiungere un argomento: l’azione multinazionale per la liberazione del Kuwait è non solo giusta ma necessaria, date le cause che l’hanno generata, e potrà in futuro rivelarsi opportuno.[¼] Fra i cittadini che manifestano nelle piazze e gli intellettuali che firmano appelli contro la guerra vi sono pochi pacifisti veri. A questi suggerirei di riflettere sul fatto che la pace nel mondo non si avrà mai per la buona volontà dei popoli, ma per la realizzazione di un’istituzione internazionale capace di interpretare un interesse comune al di sotto dell’interesse particolare e, se necessario, di imporre le regole stabilite nell’interesse comune contro chi le viola.21 

Per riassumere l’opinione di chi si dichiarò favorevole al conflitto, possiamo riportare l’articolo di Eugenio Scalari: […] Il problema va posto così: si poteva evitare la guerra? No, non si poteva evitare. Vorrei essere molto chiaro su questo punto, che poi è l’unico che meriti ancora di essere discusso … il problema non è punire l’aggressore ma qualche cosa d’altro, di meno giuridico, se si vuole, ma di assai più politico. Il problema ha due nomi assai strettamente legati tra di loro: Israele e Arabia Saudita. L’Occidente e gli Stati Uniti si sono resi conto di questa minaccia assai tardivamente, il 2 agosto 1990, quando l’armata irachena ha varcato la frontiera dell’emirato e occupato Kuwait City. Ma Israele se ne era accorto da un pezzo, da quando aveva indicato Bagdad come il suo nemico, fin dalla metà degli anni Settanta, da quando aveva affermato che Saddam Hussein era il principale organizzatore del terrorismo, da quando aveva bombardato le installazioni nucleari irachene. [¼] Israele, dunque, era consapevole da tempo. L’Occidente lo è diventato sei mesi fa. A questo punto, tardivo quanto si vuole, la guerra è diventata inevitabile.22

Ultimo dibattito che si accese in Italia riguardo alla guerra del Golfo fu quello su le reazioni, gli errori e le prese di posizione attuate dal movimento pacifista italiano che durante questo conflitto protestò duramente contro di esso, i due seguenti articoli ne analizzano gli errori: I pacifisti possono dire quello che credono sulle atrocità della guerra, ma non possono negare il dilemma vero, che è questo: accettare o contrastare il genocidio degli ebrei, accettare o contrastare di essere in balia di un tiranno bellicoso e avventurista per i rifornimenti energetici indispensabili alla sopravvivenza dell’occidente. Il pacifismo operaio, sindacalista, che condanna questa guerra perché è economica, la dice lunga sull’ipocrisia secolare del nostro paese, ancora coltivata da cattolici e comunisti. Come se l’energia che fa muovere il nostro sistema fosse una questione secondaria, un turpe capriccio da dottor Stranamore.23

Il pacifismo italiano ha perso. I primi a riconoscerlo dovrebbero essere quanti – come chi scrive stanno dalla parte del pacifismo e in esso hanno riposto e continuano a riporre fiducia. Il pacifismo ha perso, non perché la guerra ha vinto (ciò probabilmente era fatale, dato le premesse), ma perché ha saputo conseguire i propri obbiettivi. Obbiettivi che –quando la guerra si fa inevitabile sono essenzialmente i seguenti: limitarne la portata, l’allargamento, la riproduzione; ridurne la proiezione ideologica e culturale sulla vita civile e la mentalità collettiva; impedirne la prosecuzione nel dopoguerra. [¼] Per un verso, al pacifismo, per essere credibile, è richiesto di essere assoluto, ovvero assolutamente imparziale, sensibilissimo a qualunque fatto di guerra e a qualunque violazione dei diritti umani, ovunque si registri. Per altro verso, al movimento pacifista, per essere credibile e affidabile, è richiesto di essere produttivo, ovvero, capace di proporre misure efficaci che sostituiscano o riducano il ricorso alle armi. Tutto ciò non è stato. [¼] Essere insieme assoluto e produttivo è certo la cosa più difficile al mondo, ma è altrettanto certo che nemmeno ci si è mossi in tale direzione. Al contrario il pacifismo è parso poco (o nulla) imparziale e poco (o nulla) produttivo. Di qui anche la sua scarsa capacità di opporre valide resistenze a quella militarizzazione del senso comune e del linguaggio quotidiano e a quella bellicizzazione delle relazioni sociali che la guerra produce e riproduce. Questo, d’altra parte, sarà il terreno su cui misurarsi nell’immediato futuro.24                                 

 

 

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