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§ 3. Giudizi critici sull’atomica

 

 

La partenza per possibili riflessioni filosofiche intorno al problema del nucleare nella seconda metà del Novecento ci è stata offerta dallo studio del filosofo Hans Jonas.

Nei suoi scritti, non riconduce espressamente il suo dire alla bomba atomica, ma offre un ampio panorama al dibattito sulla responsabilità etica degli uomini del ‘900 rispetto alle generazioni future e sull’asservimento dell’uomo contemporaneo alle tecnologie.

 Dalla sua analisi, emerge che l’uomo è diventato per la natura più pericoloso di quanto un tempo la natura lo fosse per lui. Basandosi su questa diagnosi egli ne Il principio responsabilità cerca di andare alle radici filosofiche del  problema, che non concerne soltanto la sopravvivenza ma l’unità della nostra specie e la dignità della sua esistenza.

Jonas sviluppa la sua riflessione iniziando con il definire un nuovo tipo di imperativo morale.  L’imperativo categorico Kantiano affermava: “Agisci in modo che anche tu possa volere che la tua massima diventi legge universale” [...] Un imperativo adeguato al nuovo tipo di agire umano  e orientato al nuovo tipo di soggetto agente, suonerebbe press’a poco così: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra”.1

Così, se possiamo mettere a repentaglio la nostra vita, non possiamo fare altrettanto con l’altro da noi:  Achille aveva, sì, il diritto di scegliere per sè una breve vita d’imprese gloriose piuttosto che una lunga vita di sicurezza oscura [...] , noi non abbiamo il diritto di scegliere o anche solo di rischiare il non-essere delle generazioni future in vista dell’ essere di quelle attuali2.

Questo nuovo  imperativo richiama un altro obbligo: non quello dell’atto in sè, ma quello degli  effetti della continuità dell’attività umana nel futuro; e questo aggiunge una nuova dimensione all’agire: quella temporale, che mancava completamente nella proposta kantiana.

Proseguendo nella sua riflessione, Jonas ribadisce: Il potere tecnologico ha trasformato quelli che solevano essere giochi sperimentali e, forse, illuminati della ragione speculativa, in progetti concorrenti di iniziative da attuarsi, optando per le quali ci troviamo a scegliere fra gli estremi di conseguenze a lungo termine e in larga parte sconosciute. La sola cosa di cui siamo veramente informati è il loro intrinseco estremismo: sappiamo che concernono lo stato complessivo della natura sul nostro pianeta e la specie delle creature che lo debbono o meno popolare.3 Questo nuovo tipo di agire richiede, quindi, una ridefinizione  etica di responsabilità estesa, in relazione alla portata abnorme del nostro potere: estremamente esteso sul piano del fare e oltremodo  limitato rispetto al  prevedere,  valutare e  giudicare. Parallelamente se è vero che prendiamo in mano la nostra evoluzione, è altrettanto vero che essa sfugge al nostro controllo dopo averne subito la spinta; mentre siamo liberi di fare il primo passo, al secondo e ai successivi, siamo  schiavi. Così, se un tempo era possibile l’autocorrezione in fase di sviluppo, oggi questa azione è sempre più difficile e la libertà di operarla, più ridotta. Bisogna quindi: Vigilare sugli inizi, riconoscendo alle eventualità di sventura fondate con sufficiente serietà [...] una priorità sulle speranze, anche se queste non sono peggio fondate di quelle.4

Ma, se  il presente può farsi sentire e far valere i propri diritti, tale possibilità è  preclusa alle generazioni future: il futuro non è rappresentato in nessun organo collegiale, ciò che non è ancora esistente non vanta centri di tutela e, pertanto, il rendiconto dovuto ai posteri non gode di diritto di cittadinanza nel processo decisionale politico attuale.

 In quanto il nostro agire  coinvolge sicuramente il destino altrui,  mettere in gioco ciò che ci appartiene significa compromettere un diritto sul quale non si ha alcun potere.

Spesso, però, non si può contestare allo statista il diritto di mettere a repentaglio l’esistenza futura della nazione quando siano in gioco questioni ultime. E’ in quest’ottica che vengono prese le terribili, ma moralmente giustificabili, decisioni sulla guerra e sulla pace; si deve puntualizzare che tutto questo non deve verificarsi in base all’allettante prospettiva di un futuro glorioso, ma soltanto sotto la minaccia di un futuro terribile. Nemmeno per salvare la propria nazione, però, l’uomo di Stato ha il diritto di impiegare mezzi che possano distruggere l’intera umanità: Sul diritto individuale al suicidio si può discutere, sul diritto dell’umanità al suicidio invece no.5

In conclusione, si può dire che il principio etico che Jonas propone é: Non si deve mai fare dell’esistenza o dell’essenza dell’uomo globalmente inteso una posta in gioco nelle scommesse dell’agire.6

 

E’ interessante notare come, per il filosofo, tutelare l’esistenza dell’uomo significhi anche tutelare la natura e la terra, come viene confermato nel paragrafo: La solidarietà d’interesse con il mondo organico:

Il futuro dell’umanità costituisce il primo dovere del comportamento umano collettivo nell’era della civiltà tecnica divenuta, modo negativo, “onnipotente”. In esso è evidentemente incluso il futuro della natura in quanto condizione sine qua non; ma, anche indipendentemente da ciò, si tratta di una responsabilità metafisica in sé e per sé,dal momento in cui l’uomo è diventato un pericolo non soltanto per se stesso, ma per l’intera biosfera. Persino se i due aspetti fossero separabili, ossia anche se in un ambiente di vita devastato (e in gran parte ricostruito artificialmente) fosse possibile per i nostri discendenti una vita nominalmente umana, la pienezza vitale della terra, prodottasi nel corso di un lungo processo creativo della natura e adesso affidata a noi, avrebbe di per se stessa diritto alla nostra tutela. Ma poiché i due aspetti non sono in effetti separabili, se non a prezzo di una caricatura dell’immagine dell’uomo, [...] possiamo trattare entrambi i doveri come se fossero uno solo, ricorrendo al concetto guida di “dovere verso l’uomo”, senza per questo cadere in una visione riduttiva antropocentrica.7

 

La stessa tematica affrontata da Jonas, viene ripresa, ma in modo più approfondito, da Martin Heidegger nell’opera Umanesimo e scienza nell’era atomica e , più precisamente nel primo capitolo.

Heidegger ritiene che la guerra nucleare non rappresenti il pericolo più grave che incombe sull’umanità, essendo questo identificato nell’asservimento dell’uomo alla tecnica. Il mondo tecnicizzato ha spinto l’uomo fino ad alienarsi nella sua più profonda essenza di essere pensante: l’uomo è sempre più strettamente soggiogato al potere delle apparecchiature tecniche e delle macchine automatiche, la cui potenza , ormai cresciuta a dismisura,oltrepassa di gran lunga la sua volontà. Ciò che è più pericoloso non è solo il  dominio della tecnica ma di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo [...] è che non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca.8                                                                               L’uomo dell’era atomica potrebbe quindi trovarsi, senza neanche rendersene conto, in balia dell’inarrestabile potere della tecnica, e questo accadrà inevitabilmente se rinuncerà ad usare il proprio pensiero meditante contro il pensiero esclusivamente calcolante delle macchine. Con questo, tuttavia, Heidegger non intende condannare in blocco il mondo della tecnica, in quanto risulterebbe folle negare una realtà dalla quale ormai dipendiamo totalmente. Sostiene però che possiamo far uso della tecnologia mantenendocene liberi. Il nostro rapporto con il mondo della tecnica deve diventare semplice e sicuro: Si tratterà infatti di lasciare entrare nel nostro mondo di tutti i giorni i prodotti della tecnica e allo stesso tempo di lasciarli fuori, di abbandonarli a se stessi come qualcosa che non è nulla di assoluto, ma che dipende esso stesso da qualcosa di più alto.9

Nel frattempo, però, l’uomo si trova in una situazione di pericolo; non soltanto perché  potrebbe scoppiare la terza guerra mondiale, con il completo annientamento dell’ umanità, ma anche perché la rivoluzione della tecnica che ci sta travolgendo nell’ era atomica potrebbe riuscire ad avvincere, a stregare, a incantare, ad accecare l’ uomo così che un giorno il pensiero calcolante sarebbe l’unico ad avere ancora valore, ad essere effettivamente esercitato. [...] Si troverebbero accoppiati l’acume intellettuale più efficace e produttivo, che è proprio dell’invenzione e della pianificazione calcolante, e la completa indifferenza verso il pensiero, la totale assenza di pensiero. Allora l’uomo avrebbe rinnegato, avrebbe gettato via il suo carattere più proprio: la sua essenza pensante.10

Anche il tema dell’armamento atomico e delle ripercussioni che esso ha sull’universo politico ha fatto discutere molti intellettuali; a questo proposito si potrebbe citare la Lettera ai potenti della terra di Bertrand Russel, del 23 novembre 1957.

In questo messaggio, indirizzato alle due superpotenze Stati Uniti d'America ed Unione Sovietica, il filosofo britannico invitava i capi di stato ad esaminare i punti sui quali fosse possibile realizzare una convergenza di interessi per il bene dell’umanità, in modo da allontanare l’incubo di una guerra nucleare.

Centrale, secondo Russel, deve essere la preoccupazione di assicurare alla razza umana la possibilità di continuare ad esistere. Una guerra mondiale non porterebbe alla vittoria di uno o dell’altro contendente, ma alla distruzione di entrambi. Quindi egli analizza il problema della diffusione illimitata delle armi nucleari: questo fenomeno non giova né agli interessi dell’Unione Sovietica né a quelli degli Stati Uniti d'America anche se non c’è dubbio che la produzione di massa di questi strumenti di distruzione sia destinata, col passare del tempo, a diventare più facile e più economica.

E’ un processo che non avrà fine, finché indistintamente tutti gli stati sovrani non saranno in condizione di dire al resto del mondo: “Se non cedi alle mie richieste ti farò perire”.11      

 Per queste ragioni è necessario porre fine alla diffusione delle armi nucleari, e la condizione indispensabile perché ciò accada è un accordo preliminare tra le due massime potenze. Russel conclude: Mai prima d’ora vi sono state ragioni così valide per affermare che la razza umana ha imboccato una via che porta a un abisso senza fondo [...] L’unica condizione necessaria perché il mondo possa vivere nella speranza è che oriente e occidente riconoscano  loro rispettivi diritti, e si risolvano, per diffondere le loro rispettive ideologie, a ricorrere, invece che alla forza, alla persuasione. Non occorre che l’una o l’altra parte abbandoni il proprio credo. Occorre soltanto che abbandoni il tentativo di diffonderlo con la forza delle armi.12

Con il tempo, fu sempre più difficile trovare un accodo sulla proliferazione  dell’armamento atomico mentre si fece sentire sempre più forte l’esigenza di disarmo. Il problema venne analizzato da molteplici punti di vista. Abbiamo ritenuto opportuno citare almeno due delle voci significative. La prima è quella del generale e stratega italiano L. Caligaris, che sosteneva l’impossibilità del disarmo perché proprio sul possesso di armi atomiche si baserebbe il principio di equilibrio che ha, fino ad ora, evitato lo scoppio di un terzo conflitto mondiale; la seconda, e più articolata, è quella dell’ ex-presidente della Repubblica italiana Luigi Einaudi.

In un’ intervista rilasciata al Corriere della Sera il 29 Marzo 1948, sottolineava, in primis, l’esigenza di far corrispondere alle belle parole pacifiste e antimilitariste, azioni concrete rivolte in tal senso: Non basta scrivere sui giornali e gridare sulle piazze il proprio abominio contro la bomba atomica. Scritture e discorsi non servono a nulla, finché non si siano chiaramente indicati i mezzi sufficienti a far osservare il divieto.13                            Secondo Einaudi, la discriminante fra idee utopiche ed irrealizzabili e propositi realmente attuabili è il punto di partenza per stabilire  se si desideri o no mantenere, con il trattato per il disarmo, la sovranità militare degli Stati firmatari. Infatti, nel primo caso sarebbe inutile procedere oltre nel tentativo di attuare l’accordo: quel patto sarebbe ipocrita e servirebbe soltanto ad alimentare sospetti e ad accelerare il cammino verso la distruzione della società umana. Non si potrebbe certo proibire agli Stati firmatari di utilizzare l’energia atomica a scopi scientifici ed industriali: le scoperte in tal campo sono troppo promettenti; eppure non si potrebbe  essere sicuri che sotto gli impianti costruiti per l’utilizzo pacifico dell’energia atomica non nascondano quelli illegali destinati a scopi bellici.               

Sarebbe quanto mai difficile per gli ispettori internazionali riconoscere se le strutture per l’avanzamento  industriale ne celano altre per l’avanzamento bellico; solo conoscenze specifiche potrebbero permettere un’azione significativa.

 Allora: Giuocoforza è riconoscere che, finché si rimanga nei confini del concetto degli Stati sovrani, la proibizione dell’arma atomica è pura utopia. Poiché ogni Stato sovrano ha il diritto, ha il dovere di vivere e di difendersi: proibizioni ed ispezioni servirebbero solo a tessere reciproci inganni, ad accelerare ricerche, a moltiplicare esperimenti, allo scopo di essere i primi a possedere le bombe sufficienti per prendere alla sprovveduta il nemico.14

L’unica soluzione è quindi, secondo l’ex-Presidente, la rinuncia alla sovranità militare da parte dei singoli stati; egli riporta l’esempio degli Stati nordamericani e dei Cantoni svizzeri: questi non hanno nessuna potestà militare, la quale spetta unicamente alla Confederazione. Einaudi delinea così una proposta di soluzione al problema dell’armamento atomico (ma anche della guerra in generale): La prima esigenza è quella del trasferimento ad un corpo internazionale, ad un vero super-Stato, sia pure per il momento limitato nei suoi scopi, del possesso di tutte le materie prime, di tutti i giacimenti di minerali atti alla produzione della bomba atomica [...] Ma gli uomini appartenenti al corpo non sarebbero più funzionari americani o russi o inglesi od italiani o francesi ecc.; sarebbero funzionari dell’ente e legati da vincoli di fedeltà ad esso solo.15

L’ultimo grande argomento su cui si sono scontrati numerosi intellettuali è quello delle teorie giustificatrici della guerra, della guerra giusta o ingiusta.

A questo dibattito ha dato un grande contributo l’intellettuale italiano Norberto Bobbio con il trattato: Il problema della guerra e le vie della pace.

Secondo lo storico, il modo più comune per giustificare la guerra è quello di legarla all’idea di progresso e alla relativa teoria storico-politico-economica. Egli ha individuato tre giustificazioni che possono legare la guerra al progresso; la prima è che la guerra serva al progresso morale: Se non vi fosse la guerra non si svilupperebbero alcune virtù, come quella del coraggio, dello spirito di sacrificio e di solidarietà, in una parola le virtù civili senza le quali l’umanità sarebbe rimasta un gregge o un termitaio.16 La seconda affermazione è quella della guerra come fautrice del progresso civile, come grande mezzo di comunicazione tra gli uomini, attraverso la quale le civiltà si scontrano e si mescolano. La terza considera la guerra come utile (se non necessaria) al progresso tecnico.

Bobbio, però, sostiene che la guerra atomica abbia confutato tutte e tre queste idee:essa non è progresso morale perché umilia gli animi, li deprime, li porta alle soglie della disperazione; non è progresso civile perché già i primi interpreti della civiltà industriale nascente avevano intravisto nel miglioramento e nell’intensificazione delle comunicazioni un mezzo di scambio e di unificazione più potente e più sicuro che non lo scontro cruento proprio delle società feudali e militari.17 Resta infine il problema dello sviluppo tecnico: il contributo che dà ad esso la guerra atomica è innegabile, ma si tratta di mettere su un piatto della bilancia lo sviluppo tecnico, sull’altro piatto il progressivo aumento di probabilità di una guerra sterminatrice come conseguenza del progressivo sviluppo tecnico guidato da scopi di guerra.18

Bobbio, concludendo, afferma che: La guerra atomica non solo toglie ogni forza persuasiva alle giustificazioni della guerra fondate sulla teoria del progresso, ma smentisce la stessa teoria del progresso in tutte le sue forme: da quando la guerra atomica è entrata nella storia dell’umanità come evento possibile, il progresso non è più garantito.19

Nonostante quest’analisi, non mancarono le persone che considerarono il lancio dell’atomica su Hiroshima  Nagasaki necessario e giustificabile.                                   

Oltre alle già citate teorie dell’allora presidente americano Truman, ci è sembrata chiarificatrice l’intervista rilasciata dal pilota dell’ Enola Gay, Paul Tibbets, al giornalista del Corriere della Sera Gaetano Scardocchia, il 4 Agosto 1985: Divenuto vecchio, il comandante dell’aereo che sganciò la bomba atomica su Hiroshima, fa osservare: “In realtà, con quella azione, ho salvato più vite di quante ne ho distrutte.” Tibbets sostiene di non aver mai avuto dubbi o rimorsi. Sentimenti come l’angoscia o il senso dell’orrore gli sono del tutto alieni. “Io posso assicurarvi una cosa sola: nessuno dei miei uomini ha avuto il minimo disturbo emotivo, né ha mai perduto una sola notte di sonno. Io mi considero una persona del tutto normale, come tante altre: ho due figli, sei nipotini, e ho servito il mio Paese. Sono tutt’altro che un uomo bellicoso. Non mi piace l’idea della guerra nucleare; se volete sapere la verità, non mi piace nessuna guerra [...] Senza la bomba atomica , avremmo dovuto invadere il Giappone, e ci sarebbe stata una lunga carneficina: i giapponesi avrebbero combattuto fino alla fine, casa per casa, anche con le pietre e i bastoni. Vi dico una cosa: se oggi esistessero le medesime condizioni che c’erano nel 1945, non esiterei un istante a sganciare la bomba.”20

Ci piace concludere la nostra analisi sulla liceità o meno dell’uso della bomba atomica citando Elsa Morante, una delle più grandi scrittrici italiane del ‘900.

La Morante si è spesso occupata dei problemi della tecnica, e in specifico del nucleare, al punto di intitolare il libro che raccoglie alcuni dei suoi più significativi contributi proprio con quello da cui intendiamo estrapolare un passo:Pro o contro la bomba atomica.

Ma nessuno vorrà fermarsi a credere che si tratti di un caso; e cioè che si sia arrivati a questa crisi cruciale del mondo umano solo perché, avendo, a un certo punto, l’intelligenza umana, sempre in cerca di nuove avventure, preso un sentiero buio fra altri sentieri bui, è capitato che i suoi stregoni-scienziati, in quel tratto, scoprissero il segreto.                                             No: tutti sanno ormai che nella vicenda collettiva (come nella individuale) anche gli apparenti casi sono invece quasi sempre delle volontà inconsapevoli (che, se si vuole, si potranno pure chiamare destino) e, insomma, delle scelte. La nostra bomba è il fiore, ossia la espressione naturale della nostra società contemporanea, così come i dialoghi di Platone lo sono della città greca; il Colosseo, dei Romani imperiali; le Madonne di Raffaello, dell’Umanesimo italiano; le gondole, della nobiltà veneziana; la tarantella, di certe popolazioni rustiche meridionali; e i campi di sterminio, della cultura piccolo-borghese burocratica già infetta da una rabbia di suicidio atomico.                                                                                                                                                           Non occorre, ovviamente, spiegare che per cultura piccolo-borghese si intende la cultura delle attuali classi predominanti, rappresentate dalla borghesia (o spirito borghese) in tutti i suoi gradi.

Concludendo, in poche, e oramai, del resto, abusate parole: si direbbe che l’umanità contemporanea prova la occulta tentazione di disintegrarsi.21

 

 

 

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NOTE:

 

1Hans Jonas, Il principio responsabilità, Einaudi, Torino, 1990, pag. 15-16

2 Hans Jonas, Ibidem, pag. 17

3 Hans Jonas, Ibidem, pag.29

4 Hans Jonas, Ibidem, pag. 41

5 Hans Jonas, Ibidem, pag. 47

6 Hans Jonas, Ibidem, pag. 47

7 Hans Jonas, Ibidem, pag. 175

8 Martin Heidegger, Umanesimo e scienza nell’era atomica, Editrice La Scuola, Brescia, 1984, pag. 56

9 Martin Heidegger, ibidem, pag 58

10Martin Heidegger, ibidem, pag 60

11Bertrand Russel, Lettera ai potenti della terra, 23 novembre 1957

12Bertrand Russel, ibidem

13Luigi Einaudi, Corriere della Sera, 29 Marzo 1948

14Luigi Einaudi, Ibidem

15Luigi Einaudi, Ibidem

16Norberto Bobbio, il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, Bologna, 1979

17Norberto Bobbio, Ibidem

18Norberto Bobbio, Ibidem

19Norberto Bobbio, Ibidem

20Gaetano Scardocchia , Corriere della Sera, 4 Agosto 1985

21Elsa Morante, Pro o contro la bomba atomica, Adelphi, Milano, 1987; pag. 98 e 99

 

Sono stati, inoltre, visionati nel mese di aprile 2001 i seguenti siti web:

www.angelfire.com

www.iisf.it